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SCUOLA/ Il bello dell'esperienza, il fallimento delle formule

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Non è necessario dar le ragioni di quella bellezza o di quel bene, perché i bambini non sono ancora dotati degli strumenti cognitivi per comprenderle. Ciò che invece è assolutamente indispensabile è ch’essi ne facciano esperienza. A una bambina di un anno è importante fare ascoltare il Canone in re maggiore di Johann Pachelbel, perché ne coglierà immediatamente la bellezza, e quella bellezza – rispondendo innanzi tutto a un suo profondissimo bisogno di sicurezza − la rassicurerà e la pacificherà, restituendole immediatamente il senso di ciò per cui è fatta. Solo s’essa ne farà esperienza, quel senso di sé nel tempo diventerà capacità di riconoscere e di contenere il bello in qualsiasi forma esso si ripresenti. Quella stessa bambina, a cui poi si siano fatti vedere per tempi contenuti solo i classici Disney degli anni 30-50, già a 3 anni si rifiuterà di guardare i cartoni animati televisivi, perché «sono una stupidaggine». È su questa capacitas di contenere il bello e il vero, che potrà esercitarsi la razionalità consapevole. Potremmo paragonare la capacità di diventare persone a una muscolatura specifica, quella della corsa ad esempio: se non l’alleniamo, non riusciremo a correre, pur essendone potenzialmente capaci.

Dalla gestazione (la cultura Maya, ad esempio, ha una profonda consapevolezza educativa del periodo prenatale, come raccontò in un’intervista il Nobel per la pace Rigoberta Menchù) ai 2 anni e mezzo circa questa muscolatura si rende già tutta completamente disponibile secondo passi progressivi non arbitrari. Quindi entro questa età occorre aver già realizzato gran parte del lavoro educativo, che tra i 3 e i 6-7 anni (entro il primo ciclo della primaria) dovrà puntualizzarsi e perfezionarsi. Dunque all’ingresso dei bambini a scuola l’impianto educativo deve essere già interamente realizzato, e tra i 7 e i 13 anni dovrà ampliarsi in estensione, secondo abilità progressivamente crescenti. Solo tra i 14 e i 15 anni (adolescenza precritica) e più specificamente tra i 15 e i 18 (adolescenza critica) i ragazzi potranno e dovranno acquisirne consapevolezza e darsene le ragioni. La seconda adolescenza è definita critica, proprio in quanto il bisogno specifico, che in essa emerge, consiste nel potersi dare le ragioni delle cose.

Darsi le ragioni di tutto è tratto educativo inconfondibile, ma solo nell’adolescenza e solo sulla base di un’esperienza, che è già diventata propria; che è già diventata vita. Un’educazione razionalmente intesa, che cioè pretenda di passare esclusivamente dal dare le ragioni delle cose – che ad esempio non faccia ascoltare la Sesta di Beethoven a una bambina di 2 anni, solo perché non può cogliere le ragioni di quella bellezza e di quell’armonia − non educherebbe, non tirerebbe fuori nulla, semplicemente perché non ci sarebbe nulla da tirare fuori: un esercizio logico, o finanche argomentativo, ma sul vuoto. Al contrario la capacità critica ottiene quanti più risultati formativi ed educativi, tanto più è solida e corposa l’esperienza sulla base della quale si esercita.



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