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SCUOLA/ Il bello dell'esperienza, il fallimento delle formule

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Adolescente, il premio Nobel per la medicina Renato Dulbecco passava ore su una torre in riva al mare a Porto Maurizio a lustrarsi gli occhi, guardando il «vasto orizzonte dove il mare tocca il cielo e il finito diventa infinito». Molti anni dopo spiegherà il suo lavoro di ricerca paragonandolo proprio a una navigazione: «Mi attraeva la navigazione intellettuale in cerca di principi sconosciuti del mondo del pensiero. Capivo che per scoprire il nuovo bisogna affrontare i pericoli e che bisogna essere sorretti dalla certezza di riuscire, come lo erano i navigatori dell’antichità». Che cos’è accaduto? Che una navigazione immaginata, affascinata, incantata, anelata, commossa, pregustata, ammirata e meravigliata sia diventata col passare degli anni consapevole, e si sia data strumenti razionalmente maturi di realizzazione. Potremmo pensare al premio Nobel senza l’orizzonte del mare di Porto Maurizio? Difficilmente.

Oppure si dice che Isaac Newton, da bambino, fosse solito spiccare salti o contro o a favore del vento, per misurarne la forza. Adulto, diventerà matematico, fisico e astronomo, una tra le più grandi menti di tutti i tempi. Che cos’è accaduto? Che una curiosità, un interesse, un’attrazione, un fascino, uno stupore, una meraviglia, un gusto per il movimento fisico dei corpi naturali prima e di quelli celesti poi siano diventati col passare degli anni consapevoli, e quando abbiano potuto disporre di strumenti razionalmente maturi di comprensione come il calcolo differenziale, siano arrivati a dimostrare che le medesime leggi della natura governano tanto il movimento della Terra come quello dei corpi celesti. Possiamo immaginare Newton senza vederlo bambino, che spicca quei salti nel vento? Molto difficilmente.

L’infanzia è il solo momento della vita, in cui la possibilità di diventare persone pienamente espresse e realizzate - un successo antropologico, che attesta l’individuo sulla capacità di fare esperienza della realtà rispetto al senso ch’essa esprime (la sua bellezza, il bene di sé e dell’altro come la verità di sé e dell’altro, l’amore a sé, la giustizia delle cose e degli avvenimenti, ecc.) - viene solo sentita, ovvero compresa chiaramente e lucidamente, ma ancora inconsapevolmente. Questo modo di comprendere il mondo ha due vantaggi: d’essere vitale, concreto, immediato (è la realtà che si tocca, che si guarda e che si ascolta ad essere bella oppure no, vera oppure no, amante oppure no), e d’essere universale (il bene di un bambino di due anni nato e cresciuto in Italia è anche il bene di un suo coetaneo nato e cresciuto nella steppa tibetana).



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