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SCUOLA/ Occhio alla "cattiva laicità" che minaccia le scuole paritarie

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Jacques-Luis david, La morte di Marat (1793) (Immagine d'archivio)  Jacques-Luis david, La morte di Marat (1793) (Immagine d'archivio)

La laicità, frutto elegante della cultura occidentale, è insita nella Costituzione italiana quale garanzia della possibilità che non vi sia una cultura che per qualche ragione e in nome di una presunta superiorità, neghi ad un’altra il diritto ad esistere. Sarebbe, come lo è, paradossale, in nome della stessa laicità, negare ad una cultura (in tal caso quella cattolica) il diritto all’esistenza.

Non è un fatto nuovo: è l’ormai nota diatriba tra laici e laicisti, i quali in nome del pensiero debole (non esiste verità) diventano assolutisti negando la possibilità agli altri di appartenere a una certa cultura e di professarla. Da un lato si nega l’esistenza della verità, e lo si fa in nome e per garanzia della convivenza sociale, dall’altro si costruisce un’assoluta verità affermando che la convivenza sociale tra diversi è possibile solo quando l’identità è negata.

Purtroppo questa scopo di neutralizzare le identità particolari (mascherata da battaglia referendaria in favore delle scuole “pubbliche”), sinonimo per i referendari di confessionalismo, non è stata colta con la dovuta attenzione, nonostante i tantissimi contribuiti a favore della scuola privata che sono venuti dal mondo laico, come è augurabile che sia, quando a tema non vi è un principio religioso (dal quale ciascuno può distinguersi) ma uno dei pilastri della convivenza civile, la scuola.

Il tema, per coloro che non si riconoscono nell’assolutismo del laicismo come unica possibilità per la convivenza civile, è ripartire dall’identità, come luogo di definizione delle proprie azioni, delle proprie battaglie, non in nome di una verità che sia a-priori esposta, ma fornendo alla convivenza sociale e politica un punto di vista, al servizio di tanti altri punti di vista.

Il referendum (senza saperlo) ha rimesso in gioco un’antica questione: da un lato chi vuole neutralizzare lo spazio pubblico, rendendolo bulimico e senza differenze, costringendo le identità a nascondersi tra le mura domestiche, dall’altro chi, proprio in nome della laicità figlia della cultura occidentale, chiede con forza che lo spazio pubblico torni ad essere lo spazio di tutti, di ciascuno, e nel quale ogni cultura possa contribuire al bene dell’intera comunità. Va da sé, affinché ciascuna cultura possa essere di aiuto alle altre, che essa debba avere la stesse possibilità di crearsi (luoghi di aggregazione), di ricrearsi (attraverso scuole, università, ecc.) e di misurarsi nel confronto con le altre.



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