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SCUOLA/ Occhio alla "cattiva laicità" che minaccia le scuole paritarie

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Jacques-Luis david, La morte di Marat (1793) (Immagine d'archivio)  Jacques-Luis david, La morte di Marat (1793) (Immagine d'archivio)

Il referendum di Bologna riguardante l’erogazione dei fondi comunali alle scuole paritarie, ha visto la partecipazione di 85mila persone. Se siano molte o poche (di cui il 35% ha votato a favore dell’erogazione dei finanziamenti comunali alle scuole paritarie convenzionate), spetterà dirlo a chi ha il compito di decidere (la Giunta comunale). Resta il fatto che dal referendum si possono cogliere alcune importanti annotazioni, sia sul fronte di coloro che hanno promosso il referendum, sia sul fronte opposto, ovvero di coloro che hanno condotto una battaglia per la difesa del sistema scolastico delle convenzioni.

Per capire cosa è emerso, bisogna illustrare il panorama delle scuole paritarie: con il milione di euro che il Comune eroga alle scuole paritarie convenzionate (cioè quelle scuole che si sottopongono al controllo di standard pubblici e che rispettano programmi scolastici monitorati dagli organi istituzionali competenti) il Comune garantisce un servizio a circa 1700 bambini; senza quelle scuole, e operando attraverso un’erogazione diretta, il Comune riuscirebbe a garantire il servizio soltanto a 200 bambini.

Apro parentesi: la diatriba sui finanziamenti, sul costo reale delle scuole paritarie (ai quali va ovviamente aggiunto il costo della retta che ciascuna famiglia paga) non è affrontabile in questa sede: resta un problema aperto. Di certo, l’azienda pubblica statale non brilla per efficienza ed economicità, e quindi, sarebbe ragionevole (come lo è) pensare che la gestione privata garantisca (nel rispetto degli standard pubblici) un’efficienza perlomeno simile portando con sé standard di costo minori. Chiusa parentesi.

Perché mai insomma i referendari avrebbero mosso sì tante energie per (provare a) costringere il Comune a ritirare quel milione? La ragione non sta nell’efficienza: da un punto di vista comunicativo lo slogan in difesa della scuola pubblica ha avuto gli effetti positivi per il Comitato dei referendari: nascoste da una patina di riformismo garantista (scuola pubblica come sinonimo di uguaglianza) le ragioni profonde dei referendari si possono racchiudere nel concetto: “neutralizzare le identità cattoliche negli spazi pubblici”.

Il senso profondo di una battaglia così aspra che ha visto la scuola come vittima (la prossima vota si parlerà di sanità, poi di università ecc.) non sta appena nell’erogazione dei fondi, nella presunta non uguaglianza della scuola privata: il senso profondo sta (da parte dei referendari) in una concezione distorta del concetto di laicità. Si fa riferimento ad una laicità che non è il comun denominatore sul quale le differenze poggiano la propria relazione, ma che diventa un mantra da scagliare in negazione dell’identità (in questo caso dei cattolici). Scuola pubblica come sinonimo di laica, e scuola privata come sinonimo di confessionale. Entrambe le accezioni riportate dai referendari peccano (per così dire) di superficialità.



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