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SCUOLA/ Bertagna: le 3 "sviste" del ministro Carrozza

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Il ministro dell'Istruzione Maria Chiara Carrozza (InfoPhoto)  Il ministro dell'Istruzione Maria Chiara Carrozza (InfoPhoto)

Il secondo silenzio, in ordine di importanza, è quello relativo al sistema dell’istruzione e formazione professionale delle Regioni, introdotto dalla Costituzione del 2001 (maggioranza politica di centro sinistra) e istituito con la legge Moratti del 2003 (maggioranza politica di centro destra). Un sistema che avrebbe dovuto aborrire come massimo pericolo per la propria identità e la propria funzione ogni contaminazione con il tradizionale modello «scolasticistico». Quindi, centrarsi sulla sistematica alternanza formativa tra scuola e lavoro; valorizzare i procedimenti didattici induttivi; non ragionare più per ore, discipline e docenti separati, ma per unità di apprendimento, per compiti unitari in situazione, per capolavori professionali, per competenze, per tutor o mastri. 

Un sistema, inoltre, che, proprio perché sistema, è, doveva essere articolato in tutto il Paese in un ordinamento che rendesse possibile, e non una corsa ad ostacoli, la qualifica professionale a 17 anni, il diploma professionale a 18, i diplomi professionali superiori a 19, 20 o anche 21 anni. E che avrebbe dovuto integrarsi in maniera sistematica e qualitativa con il sistema dell’apprendistato formativo e con il tessuto economico-sociale dei territori. 

Come sappiamo bene, però, la politica ha scelto il contrario: «scolasticizzare» quanto più possibile anche questo sistema, inserirlo nell’istruzione professionale statale per poi, alla fine, diluirlo in essa. Al punto che, invece di irrobustirlo lo sta a poco a poco soffocando. Non solo diminuendo i finanziamenti necessari per farlo funzionare (quando, invece, un allievo dell’istruzione e formazione professionale regionale costa parecchio meno di quello dell’istruzione professionale statale e ha un tasso di occupazione di gran lunga maggiore dei diplomati statali), ma facendo anche di peggio. Cioè facendo passare il messaggio che la vera istruzione e formazione professionale superiore di cui il Paese ha bisogno sarebbe quella degli Its (istruzione tecnica superiore) a cui si può accedere a 19 anni, solo con il diploma, naturalmente, di Stato. Anche nel caso (almeno in Lombardia non raro) in cui un 18enne bravo, con il diploma regionale, avesse le competenze per superare le prove di accesso previste per gli Its. Non una sola riga, però, su questi temi nelle dichiarazioni programmatiche del ministro. Dimostrazione che non sono tematizzati come problema. 

Il terzo assordante silenzio riguarda la sussidiarietà. È proprio vero che questo principio costituzionale e questa innovativa strategia ordinamentale, organizzativa, sociale e pedagogico-didattica non godono di buona fama da quando la Costituzione del 2001 (forse per una svista?) le ha introdotte. Che c’è, infatti, di meglio dell’attuale Stato e dell’attuale modo ministeriale di ordinare, gestire e organizzare la scuola per assicurare ai cittadini italiani coesione, trasparenza, credibilità, equità, giustizia ecc. ecc.? Niente (salvo qualche soldo in più). 



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COMMENTI
14/06/2013 - La terza (purtroppo) non è una svista (Marco Campione)

Sul primo punto dissento. Alla questione del rapporto tra scuola e impresa il Ministro ha dedicato parole importanti e secondo me segnale di una attenzione ad un tema fino ad oggi poco presente nelle agende di v.le Trastevere (l'ultima a occuparsene seriamente fu Moratti). Non ha parlato esplicitamente di apprendistato ma nel contesto da lei esposto, un suo rilancio è del tutto coerente e quindi mi permetto di vedere il bicchiere mezzo pieno (forse anche al 60%). Personalmente ne ho scritto su qdR Magazine e al mio articolo rimando. Sul terzo punto invece temo che quella del ministro non sia una "svista". Lo stesso virgolettato ripreso da Bertagna lascia intendere che sulla Sussidiarietà e sull'applicazione del Titolo V questo ministro non è - diciamo - convintissimo. Veniamo da anni di neo centralismo: quello dell'era Gelmini, quello del governo Monti (che ha pure presentato proposta di riforma del Titolo V). Ma la colpa è nostra: di chi non ha saputo (ognuno nel suo schieramento) imporre la piena applicazione di quanto previsto dal Titolo V. Abbiamo passato questi annni a ideologizzare il confronto sul Titolo V: Formigoni che ricorre contro Fioroni ma ritira il ricorso se il ministro diventa Gelmini (e altri esempi si potrebbero fare a parti invertite); le docce scozzesi in Stato-Regioni; la struttura del Miur che la fa da padrone... Così oggi, facendosi scudo della spending review e dei nostri ritardi i centralisti di ogni schieramento hanno rialzato la testa.