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SCUOLA/ Bertagna: le 3 "sviste" del ministro Carrozza

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Il ministro dell'Istruzione Maria Chiara Carrozza (InfoPhoto)  Il ministro dell'Istruzione Maria Chiara Carrozza (InfoPhoto)

Le audizioni di ogni neo ministro in Parlamento per il discorso programmatico di insediamento sono ormai un consolidato genere retorico. Non è detto che tutto quanto ogni ministro dichiara lo pensi anche; che tutto ciò che pensa lo dica; e che tutto ciò che farà sia anche ciò che ha pensato e magari anche solennemente dichiarato. Al netto di questi dati strutturali, tuttavia, le circa 40 pagine lette dal ministro Carrozza in “Parlamento” (nome, del resto, eponimo: luogo del parlare, non è detto purtroppo del parlarsi, dell’ascoltarsi, senza rivendicare reciproci autismi) vanno considerate più importanti per ciò che tacciono che per quanto dicono. 

Il primo rumoroso silenzio da rilevare è sul sistema dell’apprendistato formativo, quello che, dai 15 ai 29 anni, permetterebbe anche ai giovani italiani che lo scelgono di ottenere qualifiche e diplomi professionali, diplomi professionali superiori, lauree, lauree magistrali, dottorati. Perfino la semplice parola «apprendistato» non c’è. Quasi facesse paura, o fosse sconveniente, in bocca ad un ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca. Roba semmai da ministro del Lavoro. 

È dal 2003 (leggi Biagi e Moratti) che quest’ipotesi formativa è sul campo. Sul campo come leva strategica per: a) combattere la dispersione scolastica; b) valorizzare l’intelligenza delle mani; c) difendere il principio epistemologico che vuole ogni lavoro, se ben inteso e ben fatto, straordinario deposito di teorie, cultura, riflessività critica, moralità personale e sociale, che va esplorato e formalizzato; d) affermare e diffondere la scoperta scientifica secondo la quale o l’impresa diventa formativa o sarà destinata a scomparire; e) dare finalmente gambe al principio costituzionale (art. 35, comma 2) che imporrebbe «l’elevazione professionale» dei lavoratori; f) far comprendere agli imprenditori che è loro stesso interesse investire su ciò che in economia si chiama «capitale umano» ma che nella normalità quotidiana si chiama e si deve chiamare semplicemente «formazione delle persone»: senza «persone ben formate», anzi «formate al meglio», infatti, la competitività aziendale va a spasso e non c’è delocalizzazione, sfruttamento in nero dei lavoratori o incentivo fiscale che tenga non nel lungo, ma nel breve periodo. 

È dal 2003, tuttavia, che questa ipotesi sull’apprendistato formativo è, nel nostro Paese, a volta a volta osteggiata, attenuata, sospettata di nascondere inconfessabili nefandezze, ritenuta velleitaria, filistea, inaffidabile, dimostrazione della «privatizzazione» di risorse pubbliche, impraticabile e così via aggettivando. Il ministro del Lavoro Sacconi, per la verità, ha tentato un suo importante rilancio, nel 2010, con il testo unico sull’apprendistato. Ma niente. Si vede che non passa. Impermeabile. Anche la cultura politica, sociale e pure pedagogica a cui appartiene il ministro Carrozza non la contempla. E si comporta di conseguenza.



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COMMENTI
14/06/2013 - La terza (purtroppo) non è una svista (Marco Campione)

Sul primo punto dissento. Alla questione del rapporto tra scuola e impresa il Ministro ha dedicato parole importanti e secondo me segnale di una attenzione ad un tema fino ad oggi poco presente nelle agende di v.le Trastevere (l'ultima a occuparsene seriamente fu Moratti). Non ha parlato esplicitamente di apprendistato ma nel contesto da lei esposto, un suo rilancio è del tutto coerente e quindi mi permetto di vedere il bicchiere mezzo pieno (forse anche al 60%). Personalmente ne ho scritto su qdR Magazine e al mio articolo rimando. Sul terzo punto invece temo che quella del ministro non sia una "svista". Lo stesso virgolettato ripreso da Bertagna lascia intendere che sulla Sussidiarietà e sull'applicazione del Titolo V questo ministro non è - diciamo - convintissimo. Veniamo da anni di neo centralismo: quello dell'era Gelmini, quello del governo Monti (che ha pure presentato proposta di riforma del Titolo V). Ma la colpa è nostra: di chi non ha saputo (ognuno nel suo schieramento) imporre la piena applicazione di quanto previsto dal Titolo V. Abbiamo passato questi annni a ideologizzare il confronto sul Titolo V: Formigoni che ricorre contro Fioroni ma ritira il ricorso se il ministro diventa Gelmini (e altri esempi si potrebbero fare a parti invertite); le docce scozzesi in Stato-Regioni; la struttura del Miur che la fa da padrone... Così oggi, facendosi scudo della spending review e dei nostri ritardi i centralisti di ogni schieramento hanno rialzato la testa.