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ESAMI DI STATO/ Maturità 2013, seconda prova: versione di latino, tradurre non basta

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Mancano ormai pochi giorni alla seconda prova per i licei classici: la traduzione dal latino. 

C’è chi si sbizzarrisce nell’indicare probabili autori, terrorizzando su un difficilissimo Tacito, su un Ammiano Marcellino ancora più complicato o tranquillizzando su un più accessibile Cicerone, ecc. È possibile trovare indicazioni metodologiche sulla tecnica di traduzione più efficace (io stesso l’anno scorso in occasione della prova di greco non mi sono sottratto a questa tentazione), che però hanno un difetto di fondo: chi ostinatamente non ha seguito consigli, indicazioni, metodi proposti per cinque anni, è disposto a cambiare habitus proprio nell’ultima prova semplicemente per aver letto un articolo, comportandosi come quell’atleta che non ha seguito il suo allenatore nella preparazione e cerca di applicare qualcosa a pochi giorni dalla competizione? 

Io credo che sia forse più utile in questo momento riflettere sull’atteggiamento con cui affrontare la seconda prova a partire  proprio dalla definizione “seconda prova” e da qualche osservazione sulle componenti interessate. Sì perché – è inutile nasconderselo – non sono solo gli studenti ad essere implicati, anche se loro sono quelli su cui occorre porre maggiore attenzione, ma anche tutta una serie di altri soggetti.

Ma procediamo con ordine. Parliamo della “seconda prova”. Forse non si è messo bene l’accento sul fatto che sia una prova, cioè un’occasione per “mettere alla prova”, cioè verificare, accertare, ma anche dimostrare conoscenze, competenze e capacità e maturità. Chi mettere alla prova? Innanzitutto sé. Non è facile per gli studenti affrontare un giudizio su di sé, sul percorso, sulla preparazione, sulla formazione. La seconda prova, attraverso la traduzione di un testo ignoto, offre l’opportunità di confrontarsi con l’imprevisto: in un contesto in cui ci cerca di programmare tutto, si è costretti a fare i conti con l’imprevedibile, talvolta inaccessibile in cui si deve trovare comunque la propria strada. E questo riguarda tutti. Piaccia o no, è nell’accettare di affrontare una prova come questa che uno è costretto a guardarsi allo specchio, con i propri limiti ma anche le proprie capacità.

Una prova come questa però “mette alla prova” anche la commissione. Occorre grande sapienza didattica nel sapere valutare la fattibilità della traccia ministeriale, le richieste essenziali della propria disciplina. La difficoltà del secondo scritto consiste innanzitutto nel fatto che si tratta di realizzare una traduzione e non una semplice comprensione ed è illusorio pensare che una traduzione dal latino sia più facile di una dal greco. Questo esercizio è assai difficile per chi lo svolge (ilsussidiario.net ha dedicato ampio spazio l’anno scorso alla questione), ma anche per chi si trova a correggere: il precetto geronimiano non verbum e verbo sed sensum exprimere de sensu da quanti docenti è davvero condiviso? Anche ammettendo che il criterio sia universalmente accettato, c’è un reale accordo sull’aspetto linguistico?



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