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SCUOLA/ La prova Invalsi di terza media? Un modello da imitare

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Infatti, come nel caso della polemica sulla certificazione, il punto debole di certe posizioni sta nell’analisi dello stato attuale delle scuola italiana. In quel caso si sosteneva con molta decisione che è pratica comune della nostra scuola attuale collocare l’acquisizione di conoscenze in un contesto finalizzato al che farsene per la costruzione del proprio Io. Cioè alle competenze. In questo caso si ipotizza che non sia possibile introdurre alcuna forma di valutazione standardizzata, di cui infastidisce la pretesa di oggettività e di assolutezza. La valutazione dovrebbe invece essere fatta esclusivamente dai docenti di classe in continua interazione fruttuosa con i colleghi (attenzione! sulla valutazione!) ed in collegamento con le università. 

Sarebbe facile fare dell’ironia sul realismo di questo panorama. Purtroppo in Italia siamo ben abituati ad argomentazioni che condannano il possibile in nome dell’ideale ovviamente inesistente. Qualcuno può pensare che il difetto stia nell’estendere a tutta la scuola italiana le caratteristiche che sarebbero proprie dei licei, dove la presenza di una élite culturale ed intellettuale renderebbe possibili ed anzi comuni condizioni di apprendimento ideali, che verrebbero guastate dall’intrusione di maldestre domanducce di basso livello. Ma questo qualcuno ha messo piede nei nostri licei? È stucchevole ripetere che le eccezioni ci sono sempre, ma  nella grande massa l’impressione è che sia perfino accentuata, rispetto agli altri tipi di scuola, l’abitudine ad una mera riproduzione delle conoscenze, grazie alla maggiore alfabetizzazione ed alla più formale educazione degli allievi.

In definitiva l’impressione di un osservatore disinteressato è che il mondo esterno all’Invalsi che, per le più varie ragioni, ritiene di dover avere voce in capitolo si collochi a volte in posizioni di avversità pregiudiziale perché pensa di non essere sufficientemente consultato e valorizzato. Può essere che ciò sia vero, ma va tenuta in conto la difficoltà estrema in cui questa operazione si è mossa, l’arretratezza e l’ostilità  della cultura della sinistra ed il solo parziale interesse e l’ambiguità di quella della destra in proposito. L’operazione Invalsi è iniziata più di 10 anni fa e solo la distrazione e l’incapacità di visione strategica dei suoi avversari, oltre che l’insostenibilità della realtà sociale italiana, ha permesso che si arrivasse, sia pur faticosamente, a questo punto. Punto che peraltro ogni anno viene con violenza rimesso in discussione da una rumorosissima minoranza. Si potrebbe anche pertanto capire una certa sindrome dell’assediato, che dovrebbe però scomparire via via che, come sta avvenendo, la situazione si afferma e si stabilizza.



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COMMENTI
18/06/2013 - Invalsi come un Super-Miur (Vincenzo Pascuzzi)

1) T.P. riassume alcuni mali della scuola, tutti già ben noti, e prospetta che possano essere risolti tramite Invalsi. Però, l’attuale Invalsi è esso stesso un ulteriore problema, almeno secondo una “rumorosissima minoranza”. E non è dimostrato che esista davvero una maggioranza silente (v. Bologna) che sia pro-Invalsi con convinzione e non solo per costrizione, forzatura o rassegnazione. 2) Non tutti sanno che 4 maestri elementari hanno rifiutato gli Invalsi e ora rischiano un provvedimento disciplinare da parte di d.s. troppo zelanti o bigotti. 3) Invalsi opera da 10 anni ma non si sono viste azioni ministeriali conseguenti le sue rilevazioni. Né Invalsi si è lamentato, ma – pro domo sua – mira ad espugnare l’esame di maturità. 4) Altra questione, che l’autrice non affronta, è quella del percorso attuativo delle soluzioni ipotizzate. Bisognerebbe farlo a) scavalcando il Miur (a sua insaputa)?, b) senza programmi, verifiche e risorse?, c) mediante azioni intimidatorie (mobbing) nei confronti di docenti, alunni e famiglie? 5) L’articolo di T.P., che può essere un utile contributo a un confronto, risulta collegabile ad altri simili e recenti che lasciano - maliziosamente - pensare ad una sinergia mediatica per influenzare e orientare il nuovo ministro. 6) Se dovessi investire 100 euro nella scuola, 10 li destinerei a valutazioni esterne però condivise, non obbligatorie e gli altri 90 andrebbero a ridurre la enorme dispersione scolastica. Come li ripartirebbe l’autrice?