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SAGGIO BREVE MATURITA' 2013/ Esami di Stato: Individuo e società di massa (tipologia B, traccia ambito artistico-letterario) svolgimento di L. Manes

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La tragedia, semmai oggi sia ancora possibile, è la tragedia del singolo separato dalla realtà, diviso dalla cultura dominante, avverso alla corsa infrenabile. La tragedia, oggi, è quella dell’uomo cosciente del proprio cancro, consapevole che nulla più ha valore e senso, al di fuori di quella laica religio del consumo. Così, l’ultimo Montale rinuncia alla poesia, consapevole che ormai la parola è stata svuotata e banalizzata, inserita nel circuito e nel meccanismo del Potere-salvezza. E, qualora dovessero ancora ascoltarsi delle parole vere (“Le sue parole sono la Verità”), ci sarà sempre in agguato il cafarnao “delle carni, dei gesti e delle barbe. / Tutti i lemuri umani avranno al collo / croci e catene. Quanta religione. / E c’è chi s’era illuso di ripetere / l’exploit di Crusoe!”. I versi dell’ultimo Montale, infatti, non hanno più niente di sublime e di elevato, ma si pongono consapevolmente al confine fra poesia e non poesia, caratterizzati da un’evidente svolta in senso prosastico. 

Per reagire al vuoto della parola consumata e banalizzata, al “trionfo della spazzatura” che caratterizza la realtà travolta nel vortice dello sviluppo industriale, il poeta abbandona lo stile alto e concentrato della sua poesia precedente (da Ossi di seppia alla Bufera e altro), per una comunicazione più diretta, nella quale domina la parodia e l’ironia, lo scambio e la miscela tra livelli diversi. Nel presente si apre, dunque, ormai appieno dinanzi agli occhi dell’anziano poeta «quel mare / infinito, di creta e di mondiglia» di cui Montale già aveva parlato in una poesia della quinta sezione della Bufera e altro. 

Come indirizzare quello slancio morale che permeava le poesie di Rebora, il nostro bisogno di essere presenti a una realtà spersonalizzante? L’autore che, più di tutti, nel novecento italiano, ha indicato una via d’uscita dai “meccanismi” del potere e dalla ideologia consumistica è stato Giovanni Testori. In un passaggio da Il senso della nascita, egli afferma: “E come rischiarare la demenza, come liberarla se non gli fai ritrovare il senso di quel primo momento, di quel primo vagito, e poi il senso che è dentro, legato strettissimamente, il senso del primo vagito di Cristo, cioè di Dio che per darci memoria s’è fatto uomo? (…) Lì è il nodo di tutto: la richiesta di questo ritorno a casa, che è la riconquista della memoria e anche della possibilità della meta. Allora tutta la strada che dovremo percorrere, tutto il dolore che ci sarà lungo questa strada, perché al punto in cui siamo sarà una strada dura e dolorosa, se tu hai sempre presente il momento della storia in cui è nato Cristo, il momento della storia in cui Dio ti ha fatto nascere, il momento in cui sei nato, se lo hai sempre presente, hai in te la ragione totale, quindi la ragione affettiva, il calore e la forza per percorrere questa strada”. Soltanto allora l’uomo può riconciliarsi con la realtà e con il presente, libero dalle logiche e dall’ideologia totalizzante imposta dal Centro. Recuperando il senso della propria origine, della propria nascita carnale dentro le barriere della realtà, l’uomo può tornare ad esistere prima e oltre il coro divenuto massa, prima e oltre il grande dettato moralistico e univoco in cui viviamo. E, allora, la primavera può tornare ad essere bella.

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