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SAGGIO BREVE MATURITA' 2013/ Esami di Stato: Individuo e società di massa (tipologia B, traccia ambito artistico-letterario) svolgimento di L. Manes

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TEMA SVOLTO MATURITA' 2013, PRIMA PROVA ESAMI DI STATO TRACCIA TIPOLOGIA B: SAGGIO BREVE DI AMBITO ARTISTICO LETTERARIO "INDIVIDUO E SOCIETA' DI MASSA" - Scriveva Clemente Rebora, in uno dei suoi Frammenti lirici: “Forse altrove sei bella, o primavera: /non qui, dove uno sdraia /passi d’argilla e per le reni vuoto / scivola il senso e gonfia la ventraia, / mentre l’anima giace pietra al fondo / d’una gora, e si contrae / l’idea nel tempo che vien già divelto / con nausea intorno alle cose” (Primavera). Non vi è più alcun annuncio, nessuna novità, nella città dove “scivola il senso” e rimane soltanto un’aria di nausea. Altrove la primavera canta il tempo nuovo, non là dove “l’anima giace pietra al fondo”, ancorata ad una realtà collettiva e alienante, separata dal cuore. Altrove la primavera è bella, dove ancora esiste il singolo, in attesa di rinascere. Nel libro La ribellione delle masse dello spagnolo José Ortega y Gasset, viene descritto e annunciato il cuore della trasformazione e del mutamento della società moderna: “Le città sono piene di gente. Le case piene di inquilini. Gli alberghi pieni di ospiti. I treni pieni di viaggiatori. I caffè pieni di consumatori. Le strade piene di passanti. Le anticamere dei medici pieni di ammalati [...]. La moltitudine, improvvisamente, s’è fatta visibile [...]. Prima, se esisteva, passava inavvertita, occupava il fondo dello scenario sociale; adesso s’è avanzata nelle prime linee, è essa stessa il personaggio principale. Ormai non ci sono più protagonisti: c’è soltanto un coro”. 

Ed è proprio l’antonimia tra protagonista, ovvero singolo, individuo, e coro ad emergere come carattere fondante della civiltà consumistica. Il coro non è più la comunità e la comunione delle voci riunite nel medesimo destino, nella medesima necessità di rinuncia alla libertà. Non vi è neanche più, per questo, alcuna traccia del tragico. E, forse, la tragedia, oggi, non è neanche possibile, poiché l’interrogativo intorno al destino, e dunque qualsiasi condivisione di esso, viene taciuto, o è stato taciuto, celato dietro il sipario della realtà. Al di qua, nel mondo visibile e nel quotidiano, il coro, e con esso ogni possibilità di voce e grido comune, è stato sostituito dalla massa, che è il carattere spersonalizzato e spersonalizzante del coro. E, in Italia, l’alienazione e l’omicidio della singolarità per mano del potere, è facilmente individuabile e collocabile negli anni del “miracolo economico” (1958-1963). 

È in quegli anni che il Potere ha rubato le (tante) culture dei singoli e delle popolazioni locali che componevano il quadro vario e differenziato dell’Italia contadina e arcaica, degli italiani che ancora potevano emergere nel mare conflittuale di una realtà in veloce cambiamento, con la propria voce e il proprio tono. Pier Paolo Pasolini, l’intellettuale che più di tutti gridò e denunciò lo scandalo della spersonalizzazione e dell’omologazione nell’Italia divorata, al suo interno, da un cancro inevitabile, individuò nell’opera compiuta dalla televisione la radice più profonda e acuta di tale metamorfosi: “Per mezzo della televisione il Centro ha assimilato a sé l’intero paese, che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè, come dicevo, i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un ‘uomo che consuma’, ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane”. “L’uomo che consuma”, così, si aggira, dimentico della propria origine, per strade estranee, burattino e marionetta nelle mani di un Centro impalpabile, di un valore imposto e dettato.



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