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SOLUZIONI SECONDA PROVA MATURITA' 2013/ Liceo Pedagogico, lo svolgimento del tema di Pedagogia

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Quanto, tuttavia, graduatorie, competizione e selezione sono da considerare unicamente una riduzione e, di conseguenza, una opposizione al processo educativo inteso come libero e armonico sviluppo delle attitudini individuali e delle disposizioni sociali? In fondo, come possiamo valutare lo stesso sviluppo in mancanza di “dati” che ce ne dicano la “posizione”? Verso quali obiettivi muovere i diversi processi della formazione se non è conosciuta la condizione di partenza o non è possibile conoscerne l’avanzamento?

Questa criticità del processo educativo può trovare un “accomodamento” laddove si riconosca, da una parte, la necessità di dati oggettivi da cui partire e, dall’altra, la necessità di una loro “traduzione” che permetta a ciascuno di trovare la propria posizione, non di certo all’interno di una sequenza che va dal “più” al “meno” o viceversa, ma all’interno del mondo: attraverso prove oggettive “intelligenti e ben fatte” è data l’occasione di scoprire quelle attitudini e quelle disposizioni che permetteranno a ogni individuo di prendere parte in modo attivo alla costruzione della propria vita personale e sociale.

Pertanto, laddove la selezione non sia una azione di scarto e la competizione non si risolva nell’eliminazione di una parte, ma siano azioni responsabili di chi si assume il ruolo di accompagnare l’altro nella formazione della sua identità personale e sociale, è possibile combinare misurazione e valutazione in una relazione all’interno della quale la prima è compresa dalla seconda.

Come è possibile questa combinazione? Se esistesse un solo modo, non saremmo più di fronte a un processo educativo, ma a una procedura. La valutazione ha bisogno di misurazioni intelligenti e ben fatte; ma queste misurazioni sono affidate alla capacità di giudizio e agli atti di giudizio di coloro ai quali è affidata la gestione del processo educativo.

 

SVOLGIMENTO NIETZSCHE:

La storia sembra procedere con un passo che la distingue in modo netto dal corso naturale. Lontano dal presentarsi come una sequenza scandita da cause che determinano specifici effetti, la storia di volta in volta si articola su due fronti contrastanti, tal volta contraddittori, così chè non è possibile, in anticipo, conoscerne la soluzione. Tale forma è in sé non è né buona né cattiva. È invece la prova della capacità che l’uomo ha di cambiare, trasformandolo, il corso degli eventi. Questa capacità, tuttavia, ne implica necessariamente un’altra, spesso lasciata in ombra: la capacità di giudizio. Senza un adeguato esercizio di questa seconda capacità, l’abbondanza di cambiamenti che propone la prima rischia di ridursi a un’arida opposizione a cui, spesso, segue un conflitto nel quale le parti dimenticano il fine – un buon cambiamento – per ricercare unicamente di prevalere sull’altra.

Ne è un esempio il duplice “impulso” che muove – ancor oggi – la cultura e, inevitabilmente, la scuola che la promuove e l’alimenta: da una parte, l’impulso a estendere la cultura e, dall’altra, l’impulso a ridurla. Si tratta di due tendenze che rispondono a due legittimi bisogni: l’estensione della cultura cerca di dare una forma concreta a quella immagine di giustizia sociale per la quale nessuno può essere escluso dal prendere parte a un processo di formazione e di trasformazione; la riduzione della cultura si misura con la necessità di “mettersi a servizio” specializzandosi per rispondere a specifiche e particolari esigenze.



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