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SCUOLA/ Il doppio fallimento dei sistemi scolastici. Italia compresa…

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Il secondo capitolo del libro è intitolato: Quanto siamo lontani dall’eguaglianza scolastica. La certezza che i sistemi di istruzione generino uguaglianza è messa in discussione dall’esperienza e da una serie di ricerche.  

Non si vedono i benefici sociali della scolarizzazione di massa, benché, ovviamente, nel corso degli ultimi 150 anni a qualcosa sia servita. “Più si studia, meglio è”? La sociologa francese Marie Duru-Bellat ha messo in discussione questo assunto nel libro, che Bottani cita, L’inflation scolaire. Insomma, il pensiero unico sulla bontà della scuola copre con la sua retorica le disuguaglianze reali e il cattivo trattamento dell’infanzia in molti Paesi del mondo, Italia compresa. Massificazione dell’istruzione, prolungamento della sua durata, investimenti statali massicci contribuiscono poco o nulla a contrastare le diseguaglianze che nascono dalla lotteria della vita. “La riduzione del legame tra il livello di istruzione e posizione sociale è in gran parte attribuibile alle conseguenze dell’inflazione dei diplomi scolastici”: così Camille Peugny. La tesi di Dubet e altri è che, alla fine, ciò che conta è il Ses (lo status economico sociale) di partenza. Le teorie del merito o della democratizzazione degli studi coprono effetti di disuguaglianza reale. Le ricerche inglesi Millennium Cohort Study sviluppate dal 2000 dimostrano che a tre anni le differenze di capacità sono notevoli, dopo la scolarizzazione diminuiscono solo un po’. 

L’avvento dei digital natives, quelli nati dopo il 1980, non sembra affatto sollevare i destini egualitari dei sistemi scolastici. Anzi! Il mondo della generazione Y (la Y è la lettera dell’alfabeto che simboleggia gli onnipresenti auricolari) non risulta né più equo né più giusto. 

La conclusione è secca: le politiche scolastiche che si proponevano di combattere le disuguaglianze sociali nell’istruzione “hanno fallito il loro bersaglio”.

E allora? Denis Meuret, citato da Bottani, distingue due tipi di politiche scolastiche, una viziosa (quella italiana) e una virtuosa (quella svedese). La politica viziosa: equità nei bassi livelli di competenze tra individui e gruppi sociali; il livello medio delle competenze è debole come quello delle élites; le disuguaglianze sociali reali restano intatte. La politica virtuosa: il sistema non seleziona precocemente per tutta la durata della frequenza obbligatoria e insiste fortemente sul benessere educativo degli studenti. La società svedese, va aggiunto, è socialmente meno diseguale di quella italiana. Ciò detto, vale anche per i sistemi nordici la legge di ineguaglianza rispetto all’istruzione. L’idea di dare a tutti delle competenze di base, quale tentata dalla Francia, è a sua volta fallita. Perciò occorre rimettere in discussione il sapere scolastico, il curriculum, così come storicamente è stato organizzato fin dal Medioevo e, a seguire, dall’Illuminismo. È significativo il fatto che la scuola ormai non riesce più neppure “a far rispettare e a imporre la propria lingua”.



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