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SCUOLA/ Toccafondi (sottosegretario): per "salvare" i giovani si apra alle aziende

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Dobbiamo tutti metterci in rete per aiutare i giovani a scegliere il loro futuro sin dagli anni della scuola secondaria. Per «tutti» intendo le istituzioni, le famiglie, le aziende, le onlus o associazioni varie e via dicendo. Durante gli anni di scuola i ragazzi devono fare almeno una esperienza lavorativa ed una all’estero per poter finire il ciclo di studi più consapevoli e più preparati per le sfide «del doman» che incontreranno.

Il rapporto tra scuola e lavoro non è mai stato facile. Perché?
Il rapporto scuola e lavoro è complesso e deve essere anche sostenuto, come ho detto pocanzi, da tutti le realtà che ruotano attorno ai giovani. Prima di tutto le aziende devono capire che è un valore puntare sulla scuola e le scuole devono capire che la collaborazione con i privati non fa perdere loro l’autonomia ma la potenzia. I nostri ragazzi oggi, durante gli anni scolastici, non fanno esperienze dirette per capire che cosa realmente può loro piacere, per che cosa sono portati. Bisogna aiutarli ad uscire dal loro microcosmo e presentargli un macrocosmo puntando sulla concretezza di quello che c’è, delle reali opportunità, di alcune occupazioni che sembrano meno affascinanti magari per il solo fatto che sono poco o per nulla conosciute.

Nella sua recente audizione il ministro Carrozza non ha parlato dell’apprendistato formativo, né di istruzione e formazione professionale delle regioni. Cosa può dire in proposito?
Il ministro in audizione ha detto chiaramente che l’istruzione tecnica e l’istruzione professionale sono fondamentali per il sistema scuola italiana: non è entrata nel merito delle due questioni perché stava dando le linee di indirizzo generali, non particolari quindi non intendeva sminuire alcunché. Confermo che stiamo già lavorando in sinergia per valorizzare tutto ciò che è importante affinché i giovani facciano una sana esperienza sia formativa sia professionale e in tempi brevi proporremo i primi provvedimenti in merito.

Uno dei problemi più gravi è la percentuale di giovani in Italia che non studiano e non lavorano, i cosiddetti Neet. Che cosa abbiamo sbagliato?
Nel 2009 i Neet erano in Italia più del 20 per cento nella fascia tra i 15 ed i 29 anni; dato superiore di sei punti alla media europea e aggravatosi nel biennio seguente. Solo la Bulgaria fa peggio. Se un errore è stato fatto è quello di non aver realizzato, in questi anni, nuove politiche di orientamento che non siano solo informative o pubblicitarie, ma esperienziali. Insisto su questo punto. Deve essere una reale sinergia, collaborazione tra scuola e lavoro come avviene in alcuni paesi anglosassoni. Per i giovani diventa impossibile scegliere dove continuare a studiare o che lavoro affrontare senza una reale conoscenza. La non conoscenza porta alla disperazione e ai numeri gravi che conosciamo. «I giovani - diceva don Giovanni Bosco - non sono mai un problema ma sempre una speranza». Può essere anche questa la sintesi di un piccolo programma di governo per i nostri giovani e la nostra Italia. Ridare speranza vuol dire anche ridare concretezza al rapporto tra scuola e lavoro.



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