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SCUOLA/ L'ultima frecciata dell'Ocse al Miur e ai docenti (e agli stipendi)

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Il nuovo rapporto Ocse sui sistemi educativi fornisce l’occasione per qualche riflessione a caldo. Nella gran mole di dati riportati la nostra attenzione si è concentrata su  quelli che nel rapporto vengono definiti “The learning environment and  organisation of schools – Indicators”. 

Nel commento che segue si manterranno titoli in inglese e numerazioni originali delle tabelle contenute nel sito sopra indicato. La lettura dei dati verrà fatta alla luce di alcuni punti salienti già evidenziati dallo scrivente, riguardo la distribuzione delle risorse umane tra i diversi gradi di istruzione, e da altri autori che hanno sottolineato il rischio di nozionismo che potrebbe derivare da curricula eccessivamente variegati rispetto ad altre realtà educative che invece si concentrano su alcune discipline fondamentali (come la matematica) che, in Italia, nonostante il forte carico didattico complessivo, soffrirebbero di carenza di attenzione

A questo scopo si consideri la tabella riportata, elaborata sulla base dei citati dati Ocse: sono stati selezionati i 20 paesi per i quali erano disponibili tutti (o quasi) gli indicatori analizzati e su questi è stato calcolato il valore della mediana, lo scostamento percentuale dell’Italia da tale valore e la posizione relativa del nostro paese nella graduatoria crescente dell’indicatore stesso.

  (Elaborazione: Enrico Gori su dati Oecd)



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COMMENTI
30/06/2013 - Paesi Ocse: spesa per studente +62% (Vincenzo Pascuzzi)

L'articolo ignora quello che forse è il dato più importante e cioè la spesa annua per studente. Sono ormai 15 anni che in Italia i vari governi non spendono un centesimo per migliorare la scuola. Negli stessi 15 anni, la spesa annua per studente dei Paesi Ocse si è incrementata mediamente del 62%. Se non siamo di fronte a una banda di sciuponi matricolati e i soldi, com'è ovvio, li spendono per migliorare, a conti fatti, dovremmo valere 62 punti meno degli altri. Il condizionale è d'obbligo, però, perché non è così, perché 15 anni non sono bastati a distruggere del tutto una scuola che valeva molto più di quanto i suoi governanti sapessero. Dovremmo, ma non è così, perché qui c'è una classe docente che aveva ed ha ancora un alto livello di professionalità; un patrimonio che non è stato possibile sperperare del tutto nemmeno dopo quindici anni di politiche omicide, tese a far fuori la scuola per ridurre un popolo a docile bestiame votante e rassegnato esercito di giovani e disciplinati soldatini del capitale. Certo, la mediazione al ribasso dei sindacati confederali e l'inevitabile stanchezza della categoria un risultato l'hanno centrato: gli insegnanti, infatti, hanno rinunciato al conflitto e si limitano ormai a difendere la dignità. Errore, grave, limite pesante, ma anche esito fatale di una sconfitta della democrazia che non riguarda solo la scuola, ma la società italiana nel suo insieme.