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SCUOLA/ Solo corsi in inglese? Due domande scomode

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Perché non venne in mente agli inglesi di “difendere la loro lingua”? Evidentemente per l’incapacità di “innovarla senza inquinarla introducendovi senza motivo parole straniere”. Vero. La lingua inglese accoglie e fa proprio un numero di lemmi impressionante, in virtù dei suoi meccanismi morfologici di conversione, che vincono anche le resistenze legate alla sua ortografia decisamente non fonetica. Oppure per capire perché quelle parole siano inglesi si può pensare ad un’ipotesi diversa. Gli inglesi si tennero le parole italiane perché non avevano l’opera lirica che l’Italia ha creato, ed evidentemente la vollero, fortissimamente la vollero far loro. E non solo gli inglesi. Schermo tattile non è parola italiana, e non perché non ce l’abbiamo nel dizionario; perché nessuno la usa. E nessun parlante italiano direbbe “Una pellicola trasparente” per dire “Un film chiaro” perché nessun ascoltatore sarebbe disposto in questo caso a percorrere la strada della contestualizzazione e disambiguazione, altre volte necessaria. Si sentirebbe preso in giro, a meno che l’intento non sia ironico.

Nessuna lingua, che sia franca o no, si afferma o sopravvive per effetto del protezionismo linguistico, anzi, il protezionismo linguistico sa molto di salvaguardia della specie in via d’estinzione. Nobile passatempo, ma non rimpiangiamo i dinosauri, anche se non ci siamo adoperati per la loro fine; e nemmeno ci entusiasmiamo per gli alligatori, ci limitiamo a contemplarli mentre oziano nelle Everglades. Se il greco antico sopravvive tenace negli studi umanistici, io da brava ghibellina (pro-English) personalmente ne gioisco, ma non lo incito ad adottare il metodo comunicativo: starei cercando di far “evolvere” l’alligatore, vivo e vegeto così come è ora, verso la sua probabile estinzione. E anche se ha regalato radici pregne di significato alla cultura occidentale, non lo incito a darcene di nuove ora. Quelle che ha prodotto sostengono con forza le lingue occidentali così come sono. Perché Nicodemo chiese come si potesse tornare nel ventre materno, e gli fu risposto che è possibile a Dio quanto non è possibile all’uomo. 

Le lingue muoiono al ritmo di una ogni due settimane, dato che tutti segnalano, e normalmente non per difendere i morenti. È più difficile accorgersi che una lingua, invece, è nata, nel senso di accoglierla nella comunità dei viventi. Di solito perché, alla nascita, è come il bimbo Gesù: e per capire cosa sia occorre un’epifania. Oggigiorno tutti sono coscienti che esiste un “International English”, ma questa presa di coscienza non apparteneva alla cultura solo venti anni fa, e questo passaggio non è stato interiorizzato a livello di pratica didattica. Ma definire l’International English un “pessimo strumento per quanto attiene allo scambio di idee e di esperienze”, più o meno utile solo per ordinarsi un Frappuccino, è averne un’esperienza (prima ancora che una concezione) molto limitata; intessere una conversazione durante un coffee break è operazione complessa fra un pakistano, un italiano, un francese e un arabo, per le problematiche culturali e linguistiche. 



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COMMENTI
02/07/2013 - anglicizzazione dell'università (Franco Caron)

C'è sempre una certa ambiguità su questo tema, che forse non viene adeguatamente percepita. La questione non è potenziare l'insegnamento in inglese (cosa che si fa già ampiamente e da tanto tempo) ma l'eliminazione dell'italiano dall'istruzione superiore. Francamente non capisco tutto questo entusiasmo per accelerare la riduzione dell'italiano a lingua morta, soprattutto considerando il patrimonio umanistico difficilmente comunicabile in altre lingue. Lasciamo che le cose facciano il loro corso. Nel frattempo un buon bilinguismo mi sembra la soluzione migliore, e più flessibile.