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SCUOLA/ Solo corsi in inglese? Due domande scomode

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Dire che il problema sta nel fatto che parlano un inglese “maccheronico” è non avere nessuna idea di cosa sia la comunicazione, ma affermare che l’International English non può funzionare nella ricerca pura o negli studi umanistici, beh, bisogna andare a spiegarlo a tutti coloro che usano la lingua inglese in testi scritti ed orali per entrambe, assorbendo dalla comunità scientifica di competenza ed appartenenza un discourse (organizzazione del testo) specifico, unico, irripetibile, e non certo semplice da acquisirsi. Ma se non si è disponibili a farlo allora ci si schiera con i guelfi, contro i ghibellini, e si pretende l’allontanamento dell’inglese dal mondo universitario, e si fa della sentenza del Tar l’arma di una battaglia ideologica. 

Di  guelfi contro ghibellini, con il guelfo che rivendica un principio di territorialità linguistica per la scelta di quale lingue apprendere oggi. La lingua che parlo ha a che fare con il luogo in cui vivo ora, ma il luogo in cui vivo ora è dettato solo dallo spazio? Non ha forse a che fare anche con il tempo, con ciò che fu? Lo spazio non è forse in parte sempre stato temporale, nella memoria, individuale e collettiva, prima che ce lo dicesse la fisica quantistica? Oggi il mio vicino è a Melbourne, perché la sua esperienza, accademica o personale,  è nel non-luogo, la rete mondiale, che sta ridefinendo l’idea di “vicino”. Ed è su questa  dinamica che occorre riflettere e preoccuparsi, anche molto, ma non dicendo che il francese oggi ci è più vicino dell’inglese. L’inglese è ovunque, e  lo è in una varietà di forme dove le linee di demarcazione sono a volte nette, a volte fluide, a volte inesistenti. 

E tutto questo in un contesto che, per quanto riguarda le politiche europee, è di plurilinguismo dichiarato e perseguito nell’apprendimento delle lingue straniere. Qualche domanda, legittima, ce la si dovrebbe effettivamente fare a proposito della politica scolastica italiana, per capire se e cosa stia accadendo al mondo delle lingue innanzitutto nella scuola secondaria. A livello universitario la proposta di English-taught courses assume altro rilievo; gli anni della formazione della personalità sono alle spalle, si apre l’orizzonte, anche per lo studente universitario, della ricerca. O dovrebbe. Nella proposta di una istituzione, che fa delle valutazioni in merito all’efficacia del proprio insegnamento. Il Politecnico di Milano ha fatto la scelta di English-taught courses only. Il Tar della Lombardia ha deliberato che questa scelta “Incide in modo esorbitante sulla libertà e sul diritto allo studio”, e la risposta del rettore Giovanni Azzone è stata chiara. 



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COMMENTI
02/07/2013 - anglicizzazione dell'università (Franco Caron)

C'è sempre una certa ambiguità su questo tema, che forse non viene adeguatamente percepita. La questione non è potenziare l'insegnamento in inglese (cosa che si fa già ampiamente e da tanto tempo) ma l'eliminazione dell'italiano dall'istruzione superiore. Francamente non capisco tutto questo entusiasmo per accelerare la riduzione dell'italiano a lingua morta, soprattutto considerando il patrimonio umanistico difficilmente comunicabile in altre lingue. Lasciamo che le cose facciano il loro corso. Nel frattempo un buon bilinguismo mi sembra la soluzione migliore, e più flessibile.