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SCUOLA/ Solo corsi in inglese? Due domande scomode

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Il latino è stata lingua franca del mondo un tempo conosciuto, e oggi, privo di terra che non sia il Vaticano e in modo universale più che particolare, è rimasto tale. A suo modo. Il cinese e l’arabo non sono oggi lingue franche, ma forse lo diverranno; sono molto diffuse. L’inglese è la lingua franca dell’oggi, certo, ma fu anche la lingua di Sir Francis Drake, privateer della regina Elizabeth I, ma di fatto pirata autorizzato a depredare le navi spagnole; fu la lingua di chi era in rivalsa, periferico, insulare, e, fin dai tempi dell’Adrian’s wall, barbarian

Certo non era lingua franca, negli assalti alla navi del grande nemico del tempo, la Spagna. Ma come si passa dallo statuto di lingua a quello di lingua franca? E si è lingua franca in base al numero dei parlanti (non necessariamente un criterio di prossimità geografica)? Oggigiorno chi utilizza la lingua inglese ricade in tre gruppi; inner circle (i paesi anglofoni per eccellenza, dove la lingua è espressione culturale storica), outer circle (paesi dove ha un alto tasso di utilizzo per varie ragioni), e “il resto”, che la usa spesso, in molti contesti e situazioni; il gruppo dove, bene o male, si ricade tutti. 

Si  potrebbe anche tentare di definire l’inglese come lingua franca in base al numero degli ambiti conoscitivi che la utilizzano come dominante (criterio non di prossimità geografica) o addirittura come unica lingua della comunità scientifica di un certo settore, tale da imporsi a qualsiasi parlante  ben oltre i confini nazionali. Cosa fa diventare una lingua una lingua franca, al punto da insinuarsi anche nelle altre lingue, “contaminandole”? Ecco alcuni esempi di contaminazione direi massiccia: “riduzione di questo gap,”semplificazione della governance”, “modello multilevel, “da parte degli stakeholders, “criteri di benchmarking”, “blocco del turn overtotale “accountability”…. Sicuramente espressioni utilizzate in  una presentation di un qualche economista ad un congresso internazionale, direte. No, nell’audizione  al Parlamento del 6 giugno del ministro dell’Istruzione Carrozza.

L’italiano della musica e dell’opera lirica si è imposto nel corso di una lungo periodo di “predominio” – meglio “fioritura” - culturale italiana che va dal Seicento all’Ottocento, sopravvivendo anche alla fine del predominio stesso, con tutto il mondo, non solo quello occidentale, felice di rubarci opera, adagio, forte, bravo, senza chiedere di sostituirli, in Inghilterra, con sung play, slow, strong, e good. Non cercate queste parole nel dizionario, per favore. Non esistono. Eppure avrebbero potuto esistere, qualcuno direbbe “dovuto” esistere. 



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COMMENTI
02/07/2013 - anglicizzazione dell'università (Franco Caron)

C'è sempre una certa ambiguità su questo tema, che forse non viene adeguatamente percepita. La questione non è potenziare l'insegnamento in inglese (cosa che si fa già ampiamente e da tanto tempo) ma l'eliminazione dell'italiano dall'istruzione superiore. Francamente non capisco tutto questo entusiasmo per accelerare la riduzione dell'italiano a lingua morta, soprattutto considerando il patrimonio umanistico difficilmente comunicabile in altre lingue. Lasciamo che le cose facciano il loro corso. Nel frattempo un buon bilinguismo mi sembra la soluzione migliore, e più flessibile.