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SCUOLA/ Piccolo "manifesto" a difesa del prof intelligente

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Uno studente può infatti saperne perfino di più di me su certi aspetti di storia e letteratura (perché, ad esempio, ha letto un certo libro e io no), ma sono io, adulto e insegnante, che posso dirgli perché le parti che lui conosce sono importanti, rivelandogli un contesto che non gli è noto; posso inoltre educare la sua sensibilità al bello (che, per quanto mi riguarda, è una finalità didattica tra le più importanti, anche se non rientra facilmente in nessuna tabella o griglia); da ultimo, posso fargli scoprire che lui non sa già tutto, cosa di cui non esattamente chiunque – fin dall’età dell’adolescenza – è convinto.

Ho fatto un’esperienza molto significativa in proposito durante la ripresa in classe del romanzo Una questione privata di Beppe Fenoglio, quando ho scelto di concentrare l’attenzione sul tema del male presente nella storia, e sul fatto che l’uomo è sempre responsabile delle proprie azioni, per quanto condizionate da elementi esterni esse siano. In questo modo ho privilegiato un aspetto centrale del libro, ponendolo come chiave sintetica per la sua rilettura e come spunto per una riflessione più ampia. Questo mi ha permesso anche di richiamare il canto XVI del Purgatorio, che avevamo appena letto insieme, nel quale si difende a spada tratta il libero arbitrio. Non si tratta di collegamenti da esibizionista o per eruditi, ma è invece il mostrare che è possibile ricercare un significato in quello che si studia, istituendo legami tra gli oggetti incontrati.

Si potrebbe a questo punto sollevare la classica obiezione, secondo  cui gli insegnanti di materie umanistiche possono trattare temi filosofici ed esistenziali, stimolando così gli studenti, mentre invece le materie scientifiche non dispongono di questo potenziale. A tale riguardo mi è stato di grande conforto il parere di una collega di matematica e fisica, che avverte la mia stessa identica questione, declinata nella sua materia. La cattiva didattica insegna che la matematica sono solo formule da applicare per trovare il risultato giusto; l’insegnamento intelligente, invece, è consapevole che c’è una razionalità da educare, e vuole condurre chi impara dentro a una logica, cioè a un modo di conoscere il mondo. Ed è proprio tale ordine che struttura il pensiero e che perciò gli permette, per mezzo di formule, di risolvere un problema, cioè di compiere un percorso corretto. A livello pratico, poi, sempre di formule ed esercizi si tratta, ma la differenza che corre tra le due impostazioni è abissale; e non è vero che gli studenti non se ne accorgano, tanto che una mia studentessa ha citato in un tema proprio la matematica come esempio, in negativo, di qualcosa che si fa senza conoscerne il perché.



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