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SCUOLA/ Gli scrutini, la valutazione e quel "pezzo di carta" da abolire

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Entra qui di prepotenza, perché imposta dalla realtà, la questione del merito, cioè della valutazione non solo delle buone intenzioni, della buona volontà, della ripetizione più o meno mnemonica della lezione dell’insegnante o della pagina del manuale. Conta l’effettiva preparazione, contano le competenze su determinate questioni che i ragazzi devono dimostrare. Come si fa a valutazione questo valore aggiunto? Verificando oltre al “che” delle unità didattiche proposte, soprattutto il “perché” delle stesse, la ragion d’essere e la sua struttura logica, oltre che la sua “traduzione” esperienziale o laboratoriale.

Basterebbe togliere da subito il valore legale del titolo di studio (prossimo passaggio riformatore) e si vedrebbe se davvero un ragazzo è preparato, al di là del voto più o meno generoso da parte di un docente di questa o quella scuola. Conta un pezzo di carta o l’effettiva preparazione? Già l’università non si fida delle votazione degli esami di maturità, tant’è che in molti casi organizza i test d’ingresso.

Ma il paradosso della scuola è più a monte: in un sistema centrato sulla valutazione, dei docenti sugli studenti, tutti dovrebbero essere valutabili, mentre, di fatto, al limite vi è solo l’autovalutazione da parte del collegio dei docenti (tipico caso di conflitto di interesse), mentre la valutazione esterna (sul sistema scuola, ma anche sul preside, sui docenti e sul personale ata) viene guardata con diffidenza se non con rigetto. Mentre le università, almeno, si sono date un nucleo di valutazione.

Il merito, dunque. Più invocato che praticato, preteso agli altri ma, in troppi casi, negato per se stessi. Ma qualcosa si muove: penso qui al Progetto Vales, alle prove Invalsi, unici veri passi in avanti della scuola in termini di comparazione dei risultati.

Quando si dice merito, è giusto ripeterlo, si deve intendere responsabilità. Verso gli altri, e verso se stessi. 

Grazie a Dio, siamo ben lontani da una prassi americana: a New York gli studenti migliori, dopo ogni test, hanno diritto a ricevere del denaro come ricompensa dei bei voti. Test dopo test, in un anno un bel gruzzoletto. Giusto non condividere questo modello utilitaristico. Perché la cultura è altro. La bravura non è cioè un algoritmo matematico, perchè comporta valori umani prima che cognitivi, per cui è meglio lo stimolo “indiretto”, oltre ai bei voti: borse di studio, stages-premio, collaborazioni tra scuole e università, promozione di sistemi trasparenti di selezione, diffusione di buone prassi italiane ed estere.

La vera sfida della scuola è quindi più a monte: è la motivazione gratuita (non si studia per il voto!), cioè il reale coinvolgimento dei ragazzi, ed i migliori docenti sono quelli che spingono i propri ragazzi a sviluppare interessi e attitudini. 



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