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SCUOLA/ I test slittano, ma l’"effetto-Sud" rimane

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Se si segue la via maestra anziché le scorciatoie non si può che mirare a standardizzare i risultati delle diverse scuole. La mancanza di standardizzazione dei voti scolastici è comprovata dal divario che spesso esiste tra prove standardizzate – quelle a livello nazionale condotte dall’Invalsi, ma anche quelle Ocse-Pisa e Iea − e voti scolastici. Si noti bene che il divario esiste tra scuole e tra classi della stessa scuola e non tanto invece all’interno della stessa classe: i giudizi relativi dati dagli insegnanti all’interno di una certa classe sono fortemente correlati coi risultati delle prove Invalsi, a conferma del fatto che queste misurano quanto si fa nelle scuole e non cose esoteriche e lunari.

Come spiegare le grandi differenze nella distribuzione dei risultati delle prove Invalsi tra scuole ed aree del paese, ed invece un appiattimento dei voti di maturità?
Il divario tra voti e prove standardizzate è plausibilmente dovuto al fatto che la pressione sociale che si esercita sugli insegnanti, se priva di contrasti quali la disponibilità di prove standardizzate, può indurre questi ad adeguare il proprio metro agli studenti che si hanno di fronte. Entro certi limiti questo è ragionevole, perché limitarsi a certificare una sfilza di insufficienze potrebbe essere poco efficace, risultando alla lunga demotivante per il singolo studente, ma se portato agli eccessi rischia di generare effetti perversi: in ogni singola classe gli standard per riuscire vengono abbassati e anche i ragazzi relativamente più bravi finiranno col «sedersi», perché tanto sono già al massimo dei voti (e pensano, sbagliando, di essere al massimo in senso assoluto), privando anche gli altri di un possibile traino. Queste pressioni sono spesso più rilevanti a Sud, per fattori culturali e anche perché si tratta di un contesto dove conta più che altrove il «pezzo di carta», legato ai voti scolastici, mentre un mercato del lavoro poco dinamico e poco meritocratico più raramente premia le competenze effettive, la cui acquisizione risulta quindi poco incentivata.

Ma come recuperare questa maggiore standardizzazione? L’Invalsi sta facendo qualcosa?
L’Invalsi sta predisponendo delle prove standardizzate per la V superiore e sta ipotizzando di collocarle nell’inverno del V anno per consentire alle prove di esercitare una funzione anche di orientamento nelle successive scelte sui percorsi universitari. Sottolineo la parola anche.

Perché questa cautela?
Non pensiamo che le prove Invalsi, o più in generale i test di ammissione che tante università ormai propongono agli studenti di svolgere piuttosto precocemente, debbano far venire meno un momento di conclusione della scuola superiore. Se così fosse si rischierebbe  una perdita di senso di tutto un pezzo di percorso scolastico: chi stia pensando alla prosecuzione all’università starebbe concentrato esclusivamente sui propri test di accesso – col rischio di una focalizzazione eccessiva dei propri studi verso questo o quello specifico test – lasciando tutti gli altri studenti, che non sono pochi, privi di stimoli.

In un modo o nell’altro, l’ultimo anno delle superiori rappresenta quasi un problema…
Può avere senso strutturare più esplicitamente il V anno delle superiori – che, va ricordato, è il tredicesimo anno di un percorso che negli altri paesi di norma prevede un iter di 12 anni − come momento di passaggio verso il lavoro e/o gli studi universitari. Del resto, se si vuole dare corpo a quella Youth Guarantee di cui oggi tanto si parla, è dalla scuola che occorre partire. Ma far questo è cosa diversa dal dire che un intero anno scolastico debba essere esclusivamente dedicato a preparare questo o quel test d’accesso.

Torniamo a quello che l’Invalsi sta facendo.



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