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SCUOLA/ Mettiamo via l'inglese e ricominciamo dal francese e dal tedesco

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Un segno ancora peggiore tuttavia è la ritraduzione in inglese di termini di cui già esistono versioni italiane consolidate: ad esempio in campo sportivo play off al posto di “eliminatoria” o assist al posto di “passaggio”. Un segno pessimo è infine l’uso di una parola inglese con un significato che in inglese non ha; ad esempio customer, che significa semplicemente “cliente”, volendo intendere “assistenza ai clienti”. 

Una fragilità culturale di questo genere induce a un’integrazione non attiva bensì subalterna nel mondo globalizzato in cui viviamo. Esattamente il contrario di quanto s’immaginano i maldestri promotori di queste mode. Conoscere e praticare bene la propria lingua, e essere in grado di innovarla senza inquinarla introducendovi senza motivo parole straniere, è tra l’altro una conditio sine qua non per giungere a una conoscenza non confusa di lingue diverse dalla propria. 

Oggi la scuola, anche quella non statale che per natura sua dovrebbe essere più innovativa, subisce troppo la pressione di chi − credendo che basti parlare l’inglese e comunque ritenendo un’impresa titanica il parlare più lingue straniere − chiede insistentemente l’insegnamento unico e sempre più precoce di tale lingua, salvo poi… salvarsi l’anima aggiungendo lo spagnolo solo perché sembra molto facile. Dal momento invece che oggi di regola si va a scuola per tredici anni prima di giungere alla soglia dell’università, ci sono tutte le condizioni per puntare non al “monolinguismo” dell’inglese bensì al plurilinguismo; e quindi all’apprendimento effettivo in successione, entro il tredicesimo anno di studi, di varie lingue straniere tra cui l’inglese. 

È qualcosa che accade normalmente, tanto per fare un esempio vicino a noi, nelle scuole della Svizzera italiana; e nessuno né se ne sorprende, né lo considera un’impresa eroica. E a buona ragione: i pre-adolescenti e gli adolescenti hanno infatti di regola un’enorme capacità di apprendere e di memorizzare, che attualmente la scuola lascia in buona parte inutilizzata. In questa prospettiva, proprio perché la sua pratica necessità è comunque evidente, anche in Italia l’inglese dovrebbe arrivare sui banchi di scuola non per primo ma per ultimo, essendo preceduto dalle due principali “lingue del vicino” che per noi sono il francese e il tedesco; salvo altre scelte possibili nel Nordest, nell’Italia adriatica e nelle isole maggiori. Il venir meno della conoscenza diffusa del francese ci sta già causando grossi danni, anche perché ci sta facendo perdere i contatti con l’Africa francofona, un mercato che sarebbe per noi sempre più promettente. La troppo rara conoscenza del tedesco è un altro nostro limite in primo luogo perché si tratta della lingua materna di quasi metà degli abitanti dell’Unione europea. E poi perché, pur se i tedeschi molto spesso conoscono l’inglese, resta comunque molto importante sapere che cosa dicono i loro giornali e telegiornali, insomma che cosa dicono quando si parlano tra di loro. 



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COMMENTI
10/06/2013 - I corsi universitari in inglese sono necessari (Martino Giorgioni)

Concordo sulla necessità di rafforzare l'insegnamento dell'italiano e di far studiare varie lingue straniere nelle scuole. Tuttavia Ronza prende spunto dalla bocciatura della decisione di utilizzare l'inglese nei corsi di laurea magistrale e dottorato al Politecnico e questa non è assolutamente una buona notizia. Dalla mia esperienza di ricercatore universitario, all'estero ormai da vari anni, ho visto come l'offerta di corsi in inglese faciliti gli scambi internazionali e attiri studenti dall'estero. Se vogliamo far crescere l'università italiana, almeno in ambito scientifico e tecnologico, questa è una necessità perché ci permette di comunicare con tutti, non solo i vicini tedeschi ma anche con cinesi, giapponesi, indiani ecc. Nella vicina Svizzera, che Ronza prende come riferimento, questo succede da vari anni e i risultati si vedono. Gli svizzeri hanno una conoscenza del mondo oltre i propri confini molto maggiore della nostra e non solo perché parlano abitualmente 3 o 4 lingue ma perché incontrano fisicamente chi viene da altri paesi paesi. La difesa aprioristica della lingua non ci rende più italiani. L'utilizzo dell'inglese nei corsi universitari non intacca minimamente la nostra identità o la nostra padronanza della lingua italiana (chi va all'università dovrebbe già avere padronanza della lingua, è questo che in Italia purtroppo non è sempre vero), ma anzi ci dà la possibilità di aprirci al mondo.

 
09/06/2013 - giuste osservazioni (Francesco Bertoldi)

Sono daccordo con Robi Ronza. Siamo troppo stregati dall'inglese. Adesso ci manca solo che nelle scuole superiori si chieda di spiegare tutte le materie in inglese (per ora abbiamo cominciato con una, ma potrebbe essere solo un primo passo).

 
09/06/2013 - commento (francesco taddei)

Sempre e solo esterofili! Ripartiamo dall'italiano! Impariamolo bene per cominciare. La mia professoressa di francese del liceo diceva sempre che lei parlava bene francese perché parlava bene italiano! E facciamo di più per promuoverlo all'estero, anche con un'alleanza con le realtà della chiesa presenti in tutto il mondo. Cerchiamo di valorizzarci di più invece di fare sempre la lagna che gli altri sono meglio!