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SCUOLA/ Mettiamo via l'inglese e ricominciamo dal francese e dal tedesco

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Si deve cominciare imparando la “lingua del vicino” perché ciò è comunque psicologicamente più facile grazie alla sua prossimità geografica e quindi all’utilità subito evidente della sua conoscenza.  Prima di essere oggettive, la difficoltà nell’apprendimento di una lingua straniera sono infatti psicologiche e motivazionali. A Mendrisio (Svizzera), dove tutti capiscono che senza parlare effettivamente tre lingue straniere domani non si andrà da nessuna parte, gli studenti se le imparano senza fiatare (e senza che le famiglie lo considerino una tortura). Dodici-quindici chilometri più o sud o a sudest, a Como e a Varese, dove non c’è ancora questa consapevolezza, con fatiche inenarrabili studenti della stessa età (e con la stessa scarsa capacità di concentrazione ahimè tipica del nostro tempo) ne imparano una sola; e di regola si tratta di un inglese minimo, pieno di espressioni incomprensibili per chi parli l’inglese autentico. 

Non è così che si preparano davvero i giovani a vivere nel mondo globalizzato che li attende. Ormai tra l’altro è stato calcolato che il multilinguismo sia una risorsa umana di grande rilievo non solo culturale ma anche economico. Dal Canada al Libano per non dire del caso della Svizzera, ove è una competenza di massa, si stima che esso valga diversi punti di prodotto interno lordo.



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COMMENTI
10/06/2013 - I corsi universitari in inglese sono necessari (Martino Giorgioni)

Concordo sulla necessità di rafforzare l'insegnamento dell'italiano e di far studiare varie lingue straniere nelle scuole. Tuttavia Ronza prende spunto dalla bocciatura della decisione di utilizzare l'inglese nei corsi di laurea magistrale e dottorato al Politecnico e questa non è assolutamente una buona notizia. Dalla mia esperienza di ricercatore universitario, all'estero ormai da vari anni, ho visto come l'offerta di corsi in inglese faciliti gli scambi internazionali e attiri studenti dall'estero. Se vogliamo far crescere l'università italiana, almeno in ambito scientifico e tecnologico, questa è una necessità perché ci permette di comunicare con tutti, non solo i vicini tedeschi ma anche con cinesi, giapponesi, indiani ecc. Nella vicina Svizzera, che Ronza prende come riferimento, questo succede da vari anni e i risultati si vedono. Gli svizzeri hanno una conoscenza del mondo oltre i propri confini molto maggiore della nostra e non solo perché parlano abitualmente 3 o 4 lingue ma perché incontrano fisicamente chi viene da altri paesi paesi. La difesa aprioristica della lingua non ci rende più italiani. L'utilizzo dell'inglese nei corsi universitari non intacca minimamente la nostra identità o la nostra padronanza della lingua italiana (chi va all'università dovrebbe già avere padronanza della lingua, è questo che in Italia purtroppo non è sempre vero), ma anzi ci dà la possibilità di aprirci al mondo.

 
09/06/2013 - giuste osservazioni (Francesco Bertoldi)

Sono daccordo con Robi Ronza. Siamo troppo stregati dall'inglese. Adesso ci manca solo che nelle scuole superiori si chieda di spiegare tutte le materie in inglese (per ora abbiamo cominciato con una, ma potrebbe essere solo un primo passo).

 
09/06/2013 - commento (francesco taddei)

Sempre e solo esterofili! Ripartiamo dall'italiano! Impariamolo bene per cominciare. La mia professoressa di francese del liceo diceva sempre che lei parlava bene francese perché parlava bene italiano! E facciamo di più per promuoverlo all'estero, anche con un'alleanza con le realtà della chiesa presenti in tutto il mondo. Cerchiamo di valorizzarci di più invece di fare sempre la lagna che gli altri sono meglio!