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SCUOLA/ Mettiamo via l'inglese e ricominciamo dal francese e dal tedesco

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Su ricorso di studenti e di docenti contrari a tale iniziativa, Il Tribunale amministrativo regionale ha recentemente bocciato la decisione, presa dall’attuale rettore, di introdurre l’inglese come unica lingua d’insegnamento nei corsi di laurea magistrale e di dottorato dal Politecnico di Milano. È una buona notizia per chi, come me, ritiene che una scelta del genere, lungi dall’essere d’avanguardia, sia anzi molto provinciale e perdente poiché apre la via a forme di integrazione subalterna e passiva del nostro Paese nel mondo globalizzato in cui viviamo: qualcosa di cui davvero non abbiamo bisogno. 

Rimandando chi volesse saperne di più sui motivi di tale giudizio a quanto già scrissi in precedenza, mi soffermo qui sulla questione della crisi dell’italiano nel suo insieme, e su che cosa la scuola potrebbe fare per offrire alle nuove generazioni una cultura linguistica davvero adeguata al mondo in cui viviamo. È evidente che siamo di fronte a una crisi dell’italiano in quanto lingua parlata  e parlabile cui corrisponde il dilagare di forme di inglese maccheronico e perciò paradossalmente nient’affatto “globale” perché per lo più incomprensibile al di là dei nostri confini. 

Sorprende che ciò non susciti l’attenzione necessaria e l’iniziativa adeguata delle istituzioni che per statuto, e tra l’altro con spesa di denaro pubblico, sono preposte alla tutela della lingua italiana, in primo luogo dell’Accademia della Crusca. Non è che questo autorevolissimo, plurisecolare organismo sia totalmente immoto. È però come un cavaliere che combatte le sue battaglie con lancia e spada all’epoca dei missili e dei carri armati. Manca così nella cultura corrente, e perciò nella vita pubblica in genere, tutta la consapevolezza che sarebbe necessaria per sostenere e per fare una politica della lingua e delle lingue. E il vuoto che ne consegue viene riempito con conseguenze nefaste dall’iniziativa di quei nuovi produttori del linguaggio - per lo più tecnici informatici, economisti, esperti di promozione commerciale, colleghi giornalisti, personaggi del mondo della tv e di Internet – i quali appartengono a generazioni e ad ambienti ove per lo più la velocità fa premio sull’intelligenza nel senso originale del termine; e quindi sulla capacità di concettualizzare, in assenza della quale si diventa poco o niente capaci di comprendere in modo approfondito e perciò anche di tradurre. 

In certi ambiti e in certi ambienti siamo ormai arrivati a un “creolo” nel quale tutti o quasi i vocaboli e le espressioni nuove sono inglesi, e per di più con significati spesso distorti rispetto all’originale. Non è un buon segno di vivacità intellettuale il non accorgersi, ad esempio, che touch screen potrebbe venire facilmente tradotto con “schermo tattile”. 



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COMMENTI
10/06/2013 - I corsi universitari in inglese sono necessari (Martino Giorgioni)

Concordo sulla necessità di rafforzare l'insegnamento dell'italiano e di far studiare varie lingue straniere nelle scuole. Tuttavia Ronza prende spunto dalla bocciatura della decisione di utilizzare l'inglese nei corsi di laurea magistrale e dottorato al Politecnico e questa non è assolutamente una buona notizia. Dalla mia esperienza di ricercatore universitario, all'estero ormai da vari anni, ho visto come l'offerta di corsi in inglese faciliti gli scambi internazionali e attiri studenti dall'estero. Se vogliamo far crescere l'università italiana, almeno in ambito scientifico e tecnologico, questa è una necessità perché ci permette di comunicare con tutti, non solo i vicini tedeschi ma anche con cinesi, giapponesi, indiani ecc. Nella vicina Svizzera, che Ronza prende come riferimento, questo succede da vari anni e i risultati si vedono. Gli svizzeri hanno una conoscenza del mondo oltre i propri confini molto maggiore della nostra e non solo perché parlano abitualmente 3 o 4 lingue ma perché incontrano fisicamente chi viene da altri paesi paesi. La difesa aprioristica della lingua non ci rende più italiani. L'utilizzo dell'inglese nei corsi universitari non intacca minimamente la nostra identità o la nostra padronanza della lingua italiana (chi va all'università dovrebbe già avere padronanza della lingua, è questo che in Italia purtroppo non è sempre vero), ma anzi ci dà la possibilità di aprirci al mondo.

 
09/06/2013 - giuste osservazioni (Francesco Bertoldi)

Sono daccordo con Robi Ronza. Siamo troppo stregati dall'inglese. Adesso ci manca solo che nelle scuole superiori si chieda di spiegare tutte le materie in inglese (per ora abbiamo cominciato con una, ma potrebbe essere solo un primo passo).

 
09/06/2013 - commento (francesco taddei)

Sempre e solo esterofili! Ripartiamo dall'italiano! Impariamolo bene per cominciare. La mia professoressa di francese del liceo diceva sempre che lei parlava bene francese perché parlava bene italiano! E facciamo di più per promuoverlo all'estero, anche con un'alleanza con le realtà della chiesa presenti in tutto il mondo. Cerchiamo di valorizzarci di più invece di fare sempre la lagna che gli altri sono meglio!