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ESAMI DI STATO/ Il prof: noi insegnanti rischiamo di essere come l'ortolano di Havel

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Caro direttore,
in questi giorni di esami mi sono trovato talvolta a dover precisare a chi stavo interrogando che non doveva dirmi quello che io volevo, ma quello che aveva scoperto lui studiando una cosa o l'altra. Così una, due, tre volte, alla quarta mi è venuta in mente la scena dell'ortolano di Havel e il suo cartello "proletari di tutto il mondo unitevi!". Sì, perché al di là di tutte le buone intenzioni ognuno di noi insegnanti rischia di essere come l'ortolano di Havel, stesso rischio corrono gli studenti e ancor più le famiglie.

Che cosa è mai questo ortolano di Havel che si insinua subdolamente nelle commissioni d'esame? Il problema è che dentro le classi si insegna che si devono dare solo certe risposte a certe domande. Come l'ortolano di Havel metteva in vetrina fra le cipolle e le carote lo slogan "proletari di tutto il mondo unitevi!", così rischiamo noi oggi di mettere in vetrina all'esame di stato tra conoscenze e tecniche lo slogan "studenti di tutto il mondo non parlate di voi stessi".

Questo è il problema serio dell'esame di stato, che porta alla luce una debolezza della cultura perché gli studenti di fatto imparano a ripetere quello che insegnano i docenti e non a giudicarlo, non a chiedersi che cosa c'entri con se stessi un dato della realtà. Il rischio della scuola è questo, e l'esame ne è una cartina tornasole, che si induca a pensare che ci sia una e una sola risposta ad ogni domanda, e che si debba rispondere sempre in un modo prestabilito. E non come dovrebbe essere la maturità, che ognuno dica cosa vuol dire per sé quello che ha imparato.

Mi sono venuti i brividi quando ho avvertito questo pericolo incombente, di portare gli studenti a fare il verso agli insegnanti. C'è da vigilare perché ogni studente impari a mettere in gioco la sua umanità. Così che alla fine di un corso si vedano studenti e studentesse liberi, con il coraggio della loro umanità!



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COMMENTI
01/07/2013 - Per pensare bisogna conoscere (Giorgio Ragazzini)

Che la scuola possa a volte indurre a pensare che ci sia sempre una e una sola risposta alle domande è possibile. Se prendiamo come esempio la storia, sarebbe bene che almeno su alcuni temi fondamentali venissero presentate diverse tesi storiografiche. Ma che la risposta alle domande del professore debba consistere nel dire "cosa significa per sé quello che ha imparato" mi sembra davvero improponibile, se non come eventuale aggiunta se l'argomento lo consente. Seguendo questo criterio, cosa potrebbe escogitare un candidato a cui venisse chiesto di parlare delle cause della prima guerra mondiale, della struttura della cellula, oppure di dimostrare un teorema? L'ossessione del nozionismo ci perseguita da decenni, ma ormai dovrebbe essere chiaro che non si può identificare con la trasmissione delle conoscenze. In un articolo del '97 Claudio Magris sottolineava l'importanza di "conoscere la realtà con quell'attenzione all'oggetto che costituisce l'autentica indipendenza intellettuale, la capacità di vedere e di conoscere, ben diversa dal pretenzioso sdottorare". E concludeva: "I miei compagni e io siamo grati a un professore che, quando qualcuno di noi, con l'inevitabile presunzione dell'adolescenza, iniziava a rispondere a una sua domanda dicendo 'io penso che...', ci interrompeva ingiungendoci di non pensare mai e di imparare fatti, nomi e date. Già allora - per merito suo, non nostro - capivamo che era un modo giusto di insegnarci a pensare".