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SCUOLA/ Quello "statalismo illuminato" che si rischia con l'articolo 2

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Altro che i contenuti della lettera fasulla che ha ingannato molti quotidiani nazionali: si tranquillizzino i fan del merito scolastico, l’incentivo economico non è un “premio” a chi non ha studiato, ma una soluzione disperata per contrastare una condizione drammatica, tanto più in un Paese con un tasso di disoccupazione giovanile del 38,5%, oltre la metà del quale da composto da disoccupati “di lunga durata” (in cerca di lavoro da oltre 12 mesi), con tutti gli effetti che questo comporta (“cicatrici”) sulle possibilità di ottenimento di un lavoro dignitoso. 

I commi 10-13 dell’articolo 2 preoccupano soprattutto per quattro segnali tecnico/culturali che lanciano ai giovani. 

1. L’espressione “alternanza scuola-lavoro” è vivacemente discussa tra gli operatori e gli studiosi della formazione primaria e secondaria per l’inevitabile significato divisorio che il termine “alternanza” esprime (alternativamente prima la scuola, poi il lavoro…). Per evitare questo equivoco va affermandosi, sempre in quell’ambito disciplinare, la più riuscita definizione di “integrazione scuola lavoro”, che bene comunica il necessario e inscindibile legame che devono avere teoria e pratica, pensiero ed azione. Le espressioni “scuola” e “lavoro” identificano due luoghi e due metodi fisici che in Italia sono effettivamente separati. Ben diversa è l’affermazione di principio di una alternatività (quindi non coincidenza) tra “studio” e “lavoro”: se si studia, quindi, non si lavora e non si può studiare praticando attività lavorative. Lo studio, di conseguenza, è quello che si svolge nel protetto ambiente formativo, mentre il lavoro è ciò che si alterna fuori da esso. Può apparire un vezzo linguistico, ma nasconde una concezione pedagogica che ha segnato non poco (in negativo) l’evoluzione del nostro sistema scolastico. L’espressione utilizzata più o meno consciamente nel comma 10 comunica inoltre una preoccupante improvvisazione terminologica dei tecnici che l’hanno scritta: mai si era associata la “alternanza” al mondo universitario.

2. Lo Stato ha deciso di pagare (o meglio rimborsare, trattandosi di esperienze di tirocinio) gli stage curriculari. Se il tirocinio è un momento di lavoro, non c’è da stupirsi che debba essere pagato, in forza del più ovvio dei presupposti giuslavoristici: lavoro in cambio di salario. Si stanno però regolando dei tirocini «curriculari», ovvero ricompresi nel piano formativo dello studente universitario e a questo disciplinarmente connessi. Ebbene, ma se lo studente, al pari degli esami e con lo stesso peso di crediti formativi, deve svolgere questo “compito” per potersi laureare, perché deve essere pagato dallo Stato? Delle due l’una: o l’esperienza di tirocinio curriculare è formativa tanto quanto lo studio di una disciplina tradizionale (che certamente non viene pagato) o è un’esperienza di lavoro anticipata, finalizzata a sottoporre gli studenti all’attenzione delle aziende in vista di una futura selezione. Solo allora è ragionevole il pagamento, seppure ridotto. L’articolo 2 sceglie la seconda opzione, separando nettamente lo “studio”, gli esami universitari, dal “lavoro”, i tirocini aziendali. Un ulteriore passo indietro rispetto alla definizione di tirocinio formativo e di orientamento che ha accompagnato il diritto del lavoro a partire dal “pacchetto Treu” del 1997, nella quale si reputava essere la stessa formazione e lo stesso orientamento il corrispettivo riconosciuto al giovane per la propria attività collaborativa nel contesto aziendale.



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