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SCUOLA/ Quello "statalismo illuminato" che si rischia con l'articolo 2

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3. Il lavoro viene usato come premio per i migliori. La caramellosa retorica del merito scolastico, uscita dalla finestra all’articolo 1, rientra dalla porta con l’articolo 2. Potranno usufruire dei 400 euro mensili (la metà obbligatoriamente a carico dell’impresa) gli studenti in corso coi voti più alti. Questo il messaggio trasmesso: se sei iscritto all’università (attenzione: solo quella statale) e sei tra migliori lo Stato ti facilita nella ricerca del lavoro pagandoti lo stage obbligatorio presso le imprese. Un premio che nulla c’entra con la motivazione dello studente, la coerenza tra i suoi studi e il piano formativo del tirocinio, la decisione dell’impresa. Si fatica a comprendere la funzione di contrasto alla disoccupazione giovanile contenuta, a parole, nella norma: chiaramente così si facilita chi è più occupabile e quindi con maggiori possibilità di reddito nel futuro. 

4. È certamente necessario incoraggiare nel nostro Paese, durante ogni grado della formazione e maggiormente in quello terziario, il rapporto tra impresa, scuole, centri di formazione professionale e università. Perché questa alchimia si crei non basta organizzare frequenti, ma episodici, career day. Occorre, da una parte, ristrutturare l’offerta formativa, anche coinvolgendo responsabilmente le imprese, perché sia coerente con il fabbisogno formativo del territorio; dall’altra convincere le aziende stesse che l’investimento in formazione dei giovani è conveniente per la qualità dell’attività oltre che socialmente responsabile. L’articolo 2 sceglie però di intervenire solo sull’aspetto motivazionale e reddituale del giovane, senza intervenire sull’ordinamento universitario né sulla motivazione dell’imprenditore (anzi, l’obbligo di pagamento può avere, in questo senso, un effetto contrario). Conseguentemente viene da chiedersi: ma in Italia vengono attivati pochi tirocini universitari a causa del disinteresse degli studenti o per colpa di un’offerta numerica sensibilmente inferiore alla domanda e incapace di costruire percorsi coerenti con il piano di studi del richiedente? La risposta a questa domanda indica il grado di efficacia che avrà la norma nella promozione «dell’alternanza tra studio e lavoro» universitaria. Norma che, calcolatrice alla mano, incoraggia l’attivazione di soli 53mila tirocini curriculari, a fronte di 1.751.192 iscritti totali (secondo le statistiche del Miur). L’effetto “goccia nel mare” è evidente ed è difficile non chiedersi se quei 10,6 milioni non potessero essere sfruttati davvero per ristrutturare l’offerta formativa (o quantomeno i sonnecchianti uffici placement) degli atenei, vero ostacolo alla maggiore integrazione tra università e lavoro.

Comprensibile, quindi, lo scetticismo verso i rigidi criteri di selezione utilizzati per individuare i beneficiari dell’incentivo per l’assunzione di cui si è tanto scritto. 

I segnali più preoccupanti del pacchetto lavoro, culturalmente e tecnicamente, sono da ricercarsi, però, nell’articolo 2. Un pericoloso rigurgito di “statalismo illuminato” che sarebbe bene correggere durante la conversione in legge del decreto.

@EMassagli



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