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SCUOLA/ Sara, "neomaturata": ridarei tutto per quei 15 minuti

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Sono stati necessari estenuanti pomeriggi di esercizio per notare la grazia del movimento di una statua ellenistica, tutta la nostra sensibilità per avvertire la nostalgia dei versi di Menandro. Per scoprire all'ultima lezione di latino che al fianco della famosissima "conosci te stesso" incisa sul tempio di Delfi c'è un "ei", tu sei. Forse solo attraverso quest'ultimo è stato sostenibile accettare la conoscenza di sé e dei propri limiti e arrivare al sugo di questa strada.

Così è stato possibile uscire dall'orale non desiderando di dimenticare – prendi l'arte e mettila da parte − ma di metterla a parte della vita, coll'ambizione di conservare sempre una tale intima corrispondenza di amorosi sensi con le cose.  

Ancora in formazione, talvolta ingenua, ma retta sana libera è la capacità di giudizio che questi Esami di Maturità mi hanno chiesto in prima persona, pur con tutti i limiti delle singole prove. So che ridarei tutto per quei quindici minuti di tesina, dallo studio primitivo degli accenti greci alle curve di rotazione di fisica, tutto per quindici minuti di vocazione.

Prendi lo tuo piacer per duce, diceva Virgilio prima di lasciare Dante a Beatrice. Con questa prospettiva chi non desiderebbe cominciare subito l'università? Ma anche il tempo deve lavorare pazientemente per la partenza verso qualcosa di già impiantato, che per dire un "io" coraggioso andava riconquistato.

E accanto al giudizio dentro di me, trovo questi boccioli di mandorlo in fiore fuori dalla finestra. Perché l'iniziativa, l'adesione totale è necessaria, ma mai sufficiente. Non è certo esauriente il desiderio di conoscenza umano, ci vuole una sorta di grazia per attraversare la tristezza.

Volli, fortissimamente volli, ma non bastò.

Ricordo Jacopone da Todi che di quella Esmesuranza di amore che ferisce chi vi si abbandona aveva scritto: "Amore, Amore grida tutto 'l mondo, 'Amore, Amore' onne cosa clama. Amore, Amore, tanto si prefondo, chi plu t'abraccia, sempre plu t'abrama", così simile al travaglio dello studium spietato della realtà. Tanto più si è disposti a metterci l'anima, tanto più l'apertura della ferita si approfondisce, ridando alle cose le loro reali proporzioni. E non posso che ringraziare quanti maestri e dolcissimi padri mi sono stati accanto per avermi insegnato quel "mestiere di vivere", nel tempo che ora chiede di rischiare la strada, di maturare lasciando la casa dei padri per divenire padri noi stessi. In un amoroso uso di sapientia che nulla trascuri, che affronti i mille volti di crisi senza esserne sopraffatto, che appartenga a tal punto al mondo da non esserne ultimamente definito.

Sara Caspani, Liceo classico Don Gnocchi - Carate Brianza



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