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SCUOLA/ Sara, "neomaturata": ridarei tutto per quei 15 minuti

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Caro direttore,
sono una ragazza che ha appena terminato gli Esami di Stato al liceo classico. Mi ha indotto a scrivere un recente articolo di Giovanni Fighera in cui si parla del "mestiere di vivere" al quale gli esami e più in generale il sistema scolastico dovrebbero dare voce.

Da parte mia quest'anno è stato permeato da un liberante Estote parati, che mai nei precedenti anni di scuola avevo avvertito, l'esigenza di essere pronta, prima di tutto davanti a me stessa come giovane donna, a quella Maturità che oggi è appena cominciata.

Ricordo che all'inizio degli studi liceali la paura più prepotente era stata quella di obbedire, per l'angoscia di uscirne come snaturata. Voler crescere e scoprire la mia indole, ma non in maniera istanteanea, dettando io tempi e modi della metamorfosi, quasi nel timore di essere esaudita troppo in fretta. Ma con quale presunzione potevo comprendere di che materia fossi fatta, se selezionavo quanto ricevevo? Questa incapacità a leggersi tipica degli adolescenti ricadeva inevitabilmente anche nel rapporto colle cose: non sapere quali proporzioni dare agli eventi, ai dialoghi, che peso specifico assegnare al singolo sapere ricevuto. Come per qualsiasi bambino la prima tendenza è stata quella di afferrare tutto con voracità spietata nel disperato tentativo di tenerlo solo per sé. Penso alla quantità di materia che mi capitò addosso solo al primo anno, all'ansia di inseguirla, col rischio evidente di arrivare alla fine non matura, ma con una serie di farfalle intatte (saperi tanto appariscenti), morte dietro una teca di vetro. E quell'assurda volontà di assorbire nozioni per non perderne l'essenza, non capendo che in una conoscenza meramente collezionistica di essenza rimane ben poco. Anche l'attaccamento disperato alle cose era stato un risvolto di una prospettiva che andava educata fino alla presa di coscienza che nessuno sa amare la terra più del marinaio che di continuo la perde.

L'unica maniera per far vivere le cose che ho imparato in questo percorso è stata lasciarle esprimersi nel loro ambiente, libere di tessere i legami di ragnatela tra una parete e l'altra, e solo allora, a debita distanza, decifrare i segni dell'intero. Se privato di una prospettiva più ampia non è detto che l'amore per le cose svanisca, ma ai miei occhi era stato come se la loro capacità di attrazione non reggesse più. Solo da una visione più estesa è derivata anche la passione per il particolare.

Arrivare ad apprezzare le asperità della lingua, il pericolo sempre presente della traduzione, provare affetto addirittura verso quel sommo sacrificio della sintesi, quanto mai irritante nell'orale di maturità in un'occasione dove si vorrebbe esprimere a pieno la propria iniziativa. Mirare anche e soprattutto al limite, quale presupposto necessario al lavoro.



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