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SCUOLA/ Quella laurea (breve) che ha "ucciso" il lavoro giovane

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Che significato attribuire a queste cifre? In estrema sintesi, esse ci dicono che l'Italia è partita da una situazione di "sottocapitalizzazione" delle proprie risorse umane, ma ha fatto negli ultimi dieci anni un consistente sforzo per ridurre il distacco, che nelle fasce più giovani è di fatto ridotto di un terzo. Paradossalmente, però, queste stesse fasce più giovani sono quelle su cui più incide la disoccupazione, e quindi l'investimento in capitale umano è almeno parzialmente sprecato. L'Italia, oltre ad avere uno svantaggio residuo da recuperare, non riesce a creare posti di lavoro per i giovani qualificati. 

Nei confronti con l'Europa, la fascia dei meno qualificati dovrebbe scendere ancora, e quella dei laureati crescere ancora: ridurre la sottoqualificazione è anche, forse soprattutto, un problema di equità sociale, mentre il potenziamento delle persone ad elevata qualificazione coinvolge più da vicino il tema della competitività economica (e richiederebbe ulteriori specificazioni non tanto sul livello quanto sul tipo di qualificazione ottenuta). Nel rapporto fra i generi, le donne hanno migliorato la loro posizione più degli uomini (fra il 2000 e il 2011 gli uomini in possesso di diploma o laurea della fascia giovane sono passati da 42 a 70, le donne da 40 a 75) ma siamo ancora staccati di circa dieci punti dai valori medi dell'Ue21.

Le conseguenze sull'impiegabilità della riuscita scolastica sono note e in un certo senso scontate: da almeno quindici anni, i tassi di occupazione dei laureati sono sempre stati superiori (talvolta molto superiori) a quelli dei non laureati. La crisi può avere modificato gli equilibri, ma per il 2011 l'Ocse nota che le probabilità di trovare lavoro crescono con il livello di educazione (lavora a tempo pieno il 75% dei laureati, contro il 64% di chi non ha alcun titolo di studio); le donne hanno meno probabilità degli uomini di lavorare a tempo pieno, ma per le laureate la differenze sono minori; e infine le persone con una formazione tecnica e professionale trovano lavoro più facilmente di chi ha un titolo (diploma o laurea) di tipo generalista. 

La seconda informazione che l'Ocse ci fornisce riguarda, oltre al livello, il tipo di qualificazione posseduto, e qui salta immediatamente all'occhio la pesante anomalia del sistema italiano: praticamente tutti i laureati sono di tipo A, cioè hanno conseguito una tradizionale laurea accademica, di tre o cinque anni, mentre l'istruzione superiore non universitaria, che nei paesi di Ue21 è pari al 9% della popolazione, è praticamente assente. Se infatti consideriamo solo la laurea accademica, le differenze diminuiscono nettamente: 15 laureati in Italia contro 21 nella media dei paesi Ue21. Se si va a guardare nel dettaglio l'insieme dei paesi, risulta evidente che i paesi con le quote maggiori di laureati devono la loro posizione all'istruzione superiore non universitaria: ad esempio, dei 51 laureati del Canada 25 sono non universitari, e 20 su 46 del Giappone.



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