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SCUOLA/ Quella laurea (breve) che ha "ucciso" il lavoro giovane

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È quasi inspiegabile, se non forse in termini di pregiudizio culturale, la ragione per cui in Italia il "terziario di tipo B", cioè quello non accademico, non sia mai riuscito ad impiantarsi: l'esperienza del diploma universitario, che dopo un difficile avvio stava consolidandosi su di un buon successo, con un gradimento diffuso sul mercato del lavoro, almeno per gli indirizzi tecnici, è stata prontamente abbandonata senza essere mai valutata in modo approfondito, e certamente non sostituita dalla laurea triennale, che ha caratteri ben diversi (e infatti si chiama "terziario di tipo A di primo livello"). 

Le conseguenze di questa situazione non sono gravi solo in termini di abbattimento dei livelli di qualificazione della popolazione, ma in termini di possibilità di successo. Se nell'Ue21 circa un terzo degli iscritti a un ciclo di istruzione terziaria non accademico non consegue il titolo, in Italia i valori si stanno rapidamente riportando ai livelli pre riforma, in cui circa un terzo consegue il titolo, e i due terzi abbandonano. Scrive il rapporto Ocse: "Cominciare un programma accademico senza finirlo, non è necessariamente un fallimento, se gli studenti possono essere riorientati con successo verso un programma di tipo B (corsivo mio). In Francia, il 14% di studenti che non completano il percorso accademico conseguono un titolo di tipo B. In altre parole, Su cento matricole, 68 conseguono almeno la laurea di primo livello, 14 conseguono una laurea di tipo B, 4 continuano a studiare e solo 14 escono dal sistema terziario privi di titolo". L'esistenza di un sistema monolitico di tipo accademico non solo produce un maggior numero di drop out, ma non fornisce alternative per il loro recupero. E nonostante ciò, sembra che l'unico obiettivo di ogni istituzione di formazione superiore sia quello di assomigliare il più possibile all'università. 

La mancanza di alternative genera non solo una buona parte degli abbandoni, ma l'eccesso dei fuori corso. Il rapporto Ocse, in realtà, non contiene dati sugli abbandoni in Italia, come del resto per molti altri paesi: l'unico dato disponibile è il valore medio già citato, di 31 iscritti nel 2000 che non hanno conseguito nessun titolo, valore che è nettamente più basso di quello italiano. Possiamo indurre il peso degli abbandoni dal fatto che i tassi di passaggio dalla secondaria sono fra i più alti (settimo paese su 23 di cui sono disponibili i dati), mentre per numero di laureati della fascia più giovane ci seguono solo tre paesi (Austria, Turchia e Brasile).

Dal punto di vista delle politiche educative, questi dati forniscono indicazioni molto chiare: bisogna insistere nel recuperare lo svantaggio iniziale, investendo soprattutto nelle filiere tecniche e professionali, sia diversificando l'offerta di istruzione superiore sia, all'interno dell'università, potenziando gli indirizzi tecnico-scientifici anche in sede di orientamento per chi deve scegliere (e del resto questo era uno degli obiettivi di Lisbona). 



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