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SCUOLA/ Inglese vs. italiano, ecco perché il Tar ha bocciato i "talebani"

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Per il Politecnico, però, tale disposizione doveva intendersi implicitamente superata dall'art. 2, comma 2, lett. l), della legge n. 240 del 2010 (la cd. "riforma Gelmini"), laddove si prevede che le università statali modifichino i propri statuti anche nel senso di rafforzare l'internazionalizzazione "attraverso una maggiore mobilità dei docenti e degli studenti, programmi integrati di studio, iniziative di cooperazione interuniversitaria per attività di studio e di ricerca e l'attivazione, nell'ambito delle risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente, di insegnamenti, di corsi di studio e di forme di selezione svolti in lingua straniera".

Di fronte a queste opposte letture, il giudice non ha seguito automaticamente la tesi dei ricorrenti. Pur ribadendo la priorità dell'uso della lingua italiana – non solo mediante il riferimento al citato art. 271, ma anche in un articolato ragionamento di matrice costituzionale – il Tar Lombardia ha riconosciuto che le innovazioni apportate dalle recenti evoluzioni dell'ordinamento universitario consentono ed incentivano l'istituzione di corsi e di insegnamenti in lingua straniera, e che, pertanto, la questione non è riassumibile nell'opposizione inglese sì, inglese no. Si tratta, semplicemente, di garantire, in un rapporto di "reciproca integrazione" tra i due riferimenti normativi ora ricordati, che l'uso della lingua italiana non sia assente o del tutto secondario: non vi è alcun ostacolo, specialmente per talune materie che più vi si prestino, all'accostamento di lingue straniere all'idioma nazionale.

La decisione del Politecnico, in definitiva, è stata ritenuta illegittima non perché non si possa utilizzare negli insegnamenti e nei corsi una lingua diversa dall'italiano, bensì per la modalità eccessiva che a tale opzione si è voluto dare: "Si tratta di una soluzione – si legge nella motivazione del Tar – che marginalizza l'uso dell'italiano, perché la lingua straniera non si pone sullo stesso piano di quella italiana, affiancandola, ma la sostituisce radicalmente". La conclusione di questa storia non si risolve in una battuta d'arresto, perché il criterio dell'internazionalizzazione è parte oramai irrinunciabile della formazione universitaria. Tuttavia occorre buon senso, e anziché correre a briglia sciolta è comunque preferibile procedere in modo più controllato: adelande, presto, con juicio, direbbe il manzoniano don Antonio Ferrer, e noi stiamo senz'altro dalla sua parte.

Come si vede, dunque, le trincee che sono state presto solcate, rispettivamente, dai difensori dell'italianità e dai loro critici non hanno fondamento. Le istanze di cui entrambi gli schieramenti intendono farsi portavoce sono destinate a trovare ragionevole espressione e composizione all'interno dei piani strategici di sviluppo di ogni ateneo. 



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