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SCUOLA/ Concorso presidi, le “follie” di una sentenza che danneggia studenti e insegnanti

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Insomma, per l’orientamento giurisprudenziale riportato, la trasparenza della busta non basta: serve il dolo. Ergo, affinché possa dirsi soddisfatta la prova della violazione del diritto dell’anonimato, deve essere chiara ed evincibile l’intenzionalità dei candidati o dei commissari di “avvalersi” della trasparenza per avvantaggiare alcuni candidati a scapito di altri: è ragionevole supporre che per utilizzare la trasparenza, anche i commissari avrebbero dovuto assumere, in momenti collegiali, comportamenti vistosamente innaturali e facilmente censurabili reciprocamente, a meno di ipotizzare una sorta di pactum sceleris tra tutti i membri della commissione.

La sentenza del Consiglio di Stato n. 3747 dell’11 luglio 2013 che qui si commenta ha profondamente deluso i sostenitori dell’orientamento interpretativo citato e quanti, operatori del settore, politici, amministratori, hanno ritenuto e affermato lungo questo ultimo anno che non si potesse prescindere dal dolo nella vicenda concorsuale lombarda, considerando altamente improbabile che il Cds gettasse alle ortiche una procedura sostanzialmente corretta in nome del pericolo astratto cui sarebbe stato esposto il principio dell’anonimato in forza della controversa trasparenza delle buste.

Il Consiglio di Stato ha sorpreso tutti. Con una motivazione ben articolata i magistrati di Palazzo Spada hanno sposato la tesi del Tar Lombardia, sostenendo che il principio dell’anonimato, realizzando “in termini pratici principi e regole di dignità costituzionale”, in concreto è talmente imprescindibile (o meglio indefettibile) nelle procedure concorsuali che la tutela dello stesso deve essere anticipata al livello del pericolo astratto e presunto, ossia senza che sia necessaria la prova di comportamenti concreti che ne abbiano integrato concretamente la lesione. Infatti, per il Cds, “l’ordinamento non chiede dunque che il giudice accerti di volta in volta che la violazione delle regole di condotta abbia portato a conoscere effettivamente il nome del candidato. Se fosse richiesto un tale, concreto, accertamento, lo stesso - oltre ad essere di evidente disfunzionale onerosità - si risolverebbe, con inversione dell’onere della prova, in una sorta di probatio diabolica che contrasterebbe con l’esigenza organizzativa e giuridica di assicurare senz’altro e per tutti il rispetto delle indicate regole, di rilevanza costituzionale, sul pubblico concorso”: ossia, in altre parole, in presenza di buste trasparenti, davanti al giudice amministrativo non c’è bisogno di provare quello che non si riesce a provare (che, cioè, i commissari abbiano in concreto violato l’anonimato delle prove d’esame, sic!).

Tuttavia, l’argomento secondo cui “non sia necessario, per la lettura dei nominativi, un comportamento effettivamente ‘fraudolento’ della commissione, in quanto, come già sottolineato, è sufficiente un impiego ‘ordinario’ delle buste affinché si possa venire a conoscenza dei nominativi dei candidati”, non convince, perché, ammesso che l’occhio possa essere caduto al commissario che maneggiava la busta, nulla toglie che un trattamento benevolo nei confronti di un determinato candidato avrebbe dovuto essere necessariamente condiviso da tutta la commissione e nel caso di specie, come il TAR Lombardia a suo tempo aveva candidamente ammesso, non vi è alcun elemento in grado di avallare l’ipotesi che la Commissione giudicatrice abbia effettivamente violato la garanzia dell’anonimato o che abbia stipulato un pactum sceleris per favorire taluno a danno di talaltro.

L’impianto motivazionale della sentenza solido sotto alcuni aspetti ne presenta altri che mal si conciliano con l’esigenza dichiarata di anticipare la soglia dell’illegittimità al quella del pericolo astratto e presunto. In particolare, in un altro capo delle motivazioni della sentenza, precisamente quello relativo all’obiezione mossa dagli appellanti circa la tardività della contestazione della trasparenza delle buste da parte dei ricorrenti, in quanto “l’astratta possibilità, foriera della lesione immediata ed attuale del principio dell’anonimato, esisteva già al momento della consegna delle buste ai candidati”, il Consiglio di Stato sembra sfumare l’indefettibilità proclamata del principio dell’anonimato, affermando che “nelle procedure concorsuali l’interesse a ricorrere sorge nel momento in cui vengono adottati i provvedimenti finali di esclusione dal concorso per mancato superamento della prova scritta” e che, quindi, nessuno dei ricorrenti aveva “un onere di impugnazione immediata dei verbali della commissione”, fin dalla data di svolgimento delle prove scritte.



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COMMENTI
30/07/2013 - Anche in Lombardia una sanatoria per i d.s. (Vincenzo Pascuzzi)

L’accusa è palesemente falsa e strumentale: non è certamente la sentenza del CdS (n. 3747 dell’11.7.2013) “che danneggia studenti e insegnanti”. Le responsabilità – attive o omissive - sono tutte del Miur nazionale e lombardo che hanno mal organizzato e gestito il concorso a d.s. La ricorrezione degli scritti – vedremo se e come effettuata – preoccupa alcuni concorrenti. Ma è intervenuta la giustizia e bisognerà pure rispettare le sentenze, non c’è altra via. Invece, come già avvenuto in Sicilia con il concorso del 2004, anche in Lombardia ora c’è chi ha interesse e cerca – pro domo sua, non certo per gli studenti e per gli insegnanti - una qualche sanatoria.