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SCUOLA/ Concorso presidi, le “follie” di una sentenza che danneggia studenti e insegnanti

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Sul punto il TAR Emilia Romagna - Bologna, Sezione 1 Sentenza 15 gennaio 2010, n. 109, aveva affermato che le lamentele sulla inidoneità delle buste andavano fatte al momento della effettuazione della prova, cosicché ne risultasse traccia a verbale. Il fatto che quanti abbiano ravvisato siffatta idoneità e l’abbiano taciuto integra una grave violazione del principio di correttezza e buona fede che deve informare il rapporto tra i cittadini e tra questi e la Pubblica amministrazione. Il silenzio viene a rilevare quale lesione del canone di lealtà. È evidente che, seguendo l’argomentazione espressa sul punto dal Consiglio di Stato, il pallino dell’annullamento di un pubblico concorso potrebbe rimanere nelle mani di quanti in malafede omettano di segnalare tale irregolarità al momento dello svolgimento della prova scritta, per riservarsela come motivo di doglianza in caso di esito infausto della stessa.

Se è vero, quindi, che con riferimento al principio dell’anonimato “la soglia dell’illegittimità rilevante [deve essere] anticipata all’accertamento della sussistenza di una condotta concreta non riconducibile a quella tipizzata”, connotandosi quale “illegittimità da pericolo astratto e presunto”, ci si chiede perché secondo il medesimo Cds questo non valga già fin dal momento dell’espletamento della prova scritta, quando tale pericolo astratto e presunto deve ritenersi conclamato in presenza di buste trasparenti “ad un uso normale”. Che senso ha allora parlare di “regole di condotte tipizzate, riconducibili all’amministrazione e ai candidati, che indefettibilmente devono essere osservate nelle procedure concorsuali”? Quando comincia tale indefettibilità?

Quando il Consiglio di Stato ha disposto la verificazione sulle buste, la formulazione del quesito tendeva a fissare il focus probatorio non solo e non tanto sulla mera consistenza delle buste che pure doveva essere accertata (punto a) del quesito) quanto sulla possibilità concreta e sulle modalità con cui l’eventuale trasparenza potesse essere utilizzata per violare il principio dell’anonimato (punto b) del quesito che testualmente chiede di “verificare se e con quali modalitàsiano leggibili i nominativi dei canditati posti all’interno delle buste”), lasciando presumere che la trasparenza non fosse di per se stessa sufficiente o rilevante in relazione ai comportamenti soggettivi necessari per giungere alla violazione del principio dell’anonimato.

Il verificatore con un certo cerchiobottismo ha accertato sia l’idoneità delle buste rispetto alla custodia del segreto epistolare sia la leggibilità in tutte le condizioni esperite solo dopo l’eliminazione dello strato d’aria, eliminazione che, comunque, presuppone un concreto comportamento umano, che i magistrati di Palazzo Spada nella sentenza hanno deciso consapevolmente di non tenere in considerazione, stante l’asserita evidente disfunzionale onerosità di giungere per quella via alla prova della concreta violazione dell’anonimato, che addirittura integrerebbe un’inversione dell’onere della prova. Ma il principio per cui “chi vuol far valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento” non vale pure per i pubblici concorsi? Oppure bisogna supporre che da oggi in avanti chiunque non superi una fase concorsuale possa ricorre al Giudice amministrativo sulla base della mera supposizione di una presunta ingiustizia che sarà esclusivo compito della Pubblica amministrazione contrastare provando la regolarità del proprio operato?

Sono domande destinate a rimanere senza risposta. Quella che ne esce vincente è la logica del ricorso, che oggi può vantare anche il suggello di questa sentenza del Consiglio di Stato, nei confronti una Pubblica amministrazione sempre più incapace di garantire il rispetto delle norme, dei tempi e delle modalità dei pubblici concorsi. La sentenza, che sicuramente vuole essere un monito per il futuro nella misura in cui pone l’accento sull’esigenza organizzativa e giuridica di assicurare senz’altro e per tutti il rispetto di regole di rilevanza costituzionale nei concorsi pubblici, punta il dito sulle inefficienze della Pubblica amministrazione che non ha adeguatamente vigilato sull’idoneità delle buste acquistate per l’uso concorsuale. Purtroppo, si deve osservare che il prezzo di queste disfunzioni e incapacità organizzativa oggi in Lombardia lo pagano famiglie, studenti e insegnanti che sono costretti ad attendere a tempo indeterminato l’assegnazione di un dirigente scolastico alle oltre 400 scuole oggi scoperte.



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COMMENTI
30/07/2013 - Anche in Lombardia una sanatoria per i d.s. (Vincenzo Pascuzzi)

L’accusa è palesemente falsa e strumentale: non è certamente la sentenza del CdS (n. 3747 dell’11.7.2013) “che danneggia studenti e insegnanti”. Le responsabilità – attive o omissive - sono tutte del Miur nazionale e lombardo che hanno mal organizzato e gestito il concorso a d.s. La ricorrezione degli scritti – vedremo se e come effettuata – preoccupa alcuni concorrenti. Ma è intervenuta la giustizia e bisognerà pure rispettare le sentenze, non c’è altra via. Invece, come già avvenuto in Sicilia con il concorso del 2004, anche in Lombardia ora c’è chi ha interesse e cerca – pro domo sua, non certo per gli studenti e per gli insegnanti - una qualche sanatoria.