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SCUOLA/ Se l'esame di Stato boccia il "mestiere di vivere"

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La parola “maturità”, che piaccia o non piaccia, un tempo richiamava il fatto che il percorso scolastico non fosse solo di istruzione, ma anche di educazione e di crescita della persona. Le parole sono davvero forti e potenti. Sostituire l’espressione “maturità” con “Stato” toglie la possibilità di ogni equivoco: la scuola non ha il compito di far crescere persone, di portarle a maturazione, di introdurle all’avventura della scoperta della cultura e della realtà, ma deve certificare competenze. 

Pavese riprende nel suo diario Il mestiere di vivere l’espressione shakespeariana (King Lear) Ripeness is all, ovvero “la maturità è tutto”. Di quale maturità parlava Pavese? Senz’altro per l’autore nativo delle Langhe la maturità aveva a che fare con l’essere pronti alla vita (cioè ad affrontare la realtà e i problemi, non a scansarli), con la consapevolezza di sé e della realtà, del mito (ciò che si ripete e rimane uguale nel tempo) e della storia (quanto accade una volta nel tempo). La maturità permette di stare di fronte al compito della vita (“mestiere di vivere”) che è affascinante quanto faticoso (“Lavorare stanca” è il titolo di una famosa raccolta di poesie di Pavese). 

Date queste premesse, se è vero che gli esami posti al termine del ciclo delle superiori non potevano certo valutare la maturità di un ragazzo in questa prospettiva, è anche vero che l’espressione aveva la funzione di richiamare una sorta di rito di iniziazione della società occidentale, una prova nella quale si doveva dimostrare una capacità di giudizio, di rielaborazione, di poter affermare “io dico la mia”. Basti pensare che fino a quindici anni fa lo studente portava per il colloquio orale solo due discipline. La prova diventava davvero un momento in cui il ragazzo doveva dimostrare non di aver acquisito le nozioni fondamentali che i professori desiderano sentirsi dire (a mo’ di bigino), ma di aver approfondito, fatto proprie le materie studiate. Chiunque legga questo articolo e sia stato commissario interno o esterno o abbia sostenuto gli esami in questi quindici anni comprende bene di cosa io stia parlando: i colloqui orali più che valutare le capacità retoriche, di rielaborazione e di approfondimento sono una somma di mini interrogazioni di cinque minuti ciascuna in cui si chiedono nozioni elementari (come si può del resto pensare che i docenti interroghino in dieci materie in maniera approfondita su un dettaglio?). 

Questi “interrogatori” sono preceduti dalla tesina, un momento che solo in pochi casi risulta davvero l’occasione di un lavoro originale e personale del ragazzo. Solo quando il Consiglio di classe accompagna durante l’anno scolastico il lavoro della tesina come se fosse una piccola “tesi universitaria” con suggerimenti bibliografici da leggere, con schedature, con la stesura di un percorso che sia davvero frutto di un lavoro personale si può dire che la tesina abbia un senso. 



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COMMENTI
07/07/2013 - Da commissario a commissario (Giuliana Zanello)

Sono completamente d'accordo, su tutti gli aspetti toccati. L'esperienza di questi giorni mi ha offerto insieme la prova della fondatezza dei rilievi in negativo (quale adulto, anche plurilaureato, anche multicarrierato, è stato sottoposto a un'interrogazione su nove materie in un'ora?) e anche la controprova positiva: di fronte agli allievi in cui si mostra con una certa compiutezza la 'maturità' di cui parla l'articolo le commissioni ritrovano miracolosamente l'accordo, i commissari superano l'individualismo della propria materia e divengono capaci di uno sguardo globale, di valutare senza la paura di svalutare il proprio settore specifico, senza frustrazione; la commissione riesce perfino, per qualche momento, a rilassarsi, superando le infernali dinamiche interpersonali che la sua stessa composizione e selezione inevitabilmente fomenta. La 'maturità' in qualche modo s'impone. Butto lì timidamente un auspicio: ma se fossimo in molti a pensarla così, perché non far sentire un po' più forte la nostra voce, perché non tentare una proposta? Anche per risollevare una categoria ormai così umiliata da aver quasi perduto le energie psicologiche necessarie per svolgere il suo compito!