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SCUOLA/ Tfa speciale, la lettera: perché in Italia c'è sempre la via più breve?

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Innanzitutto, coloro che possiedono i requisiti per il Tfa speciale potrebbero tranquillamente partecipare alle future selezioni del Tfa ordinario, forti del consistente punteggio loro attribuito nella selezione iniziale per titoli di servizio, punteggio che consentirebbe loro di scavalcare senza problemi qualsiasi neolaureato o perfino dottore di ricerca (come la sottoscritta). Purché, ovviamente, siano in grado di superare le prove selettive: ma se non lo fossero, forse sarebbero a quel punto problemi loro… Vale a dire: un neolaureato non può accedere al Tfa speciale, e anzi, nel caso di attivazione di quest’ultimo, vedrebbe ridursi considerevolmente le chances che venga nuovamente bandito l’ordinario; invece l’avente diritto allo speciale può partecipare all’ordinario. Ma allora perché non mantenere solo l’ordinario, ripetendolo a cadenza frequente, e magari potenziando il sistema di “sconti” sul tirocinio per chi già insegni? Ciò consentirebbe un accesso controllato, provvisto di selezione meritocratica, in cui neolaureati e docenti già “esperti” potrebbero giocarsela ad armi pari (o quasi).

Seconda ragione: il numero di potenziali abilitati mediante lo speciale è mostruosamente fuori controllo. A cosa è servita la meticolosa opera di ricognizione finalizzata a bandire un numero equilibrato di abilitazioni nell’ordinario, se poi si immettono in graduatoria, indiscriminatamente, migliaia di nuovi abilitati? A questo punto, e qui interviene la motivazione personale, la mia abilitazione non vale più i 2.500 euro che ho speso, perché a breve verrò scavalcata da una massa di persone che, con la loro anzianità, renderanno altamente improbabile per me insegnare nei prossimi anni. Mi sarebbe piaciuto saperlo prima del salasso.

Ancora: tre anni di servizio dal 1999 al 2012 garantiscono competenza e professionalità? Forse chi lo crede ha in mente uno scenario popolato da molte scuole paritarie di qualità, in cui essere assunti come docenti è sinonimo di merito. Ma la gran parte dello Stivale vede un’altra situazione, in cui tre anni di servizio in 13 anni può averli prestati chiunque fosse iscritto in graduatoria di terza fascia; in cui non c’è una pluralità di paritarie in cui “spendersi” il titolo acquisito; in cui si può praticamente solo mettersi in coda e attendere pazienti il proprio turno. Nel momento in cui questi percorsi speciali verranno attivati, a insegnare andrà, insieme certamente a tanti docenti di valore, una massa di persone di mezza età, non necessariamente meritevoli e certamente non più giovani. Andrà, in sintesi, la fascia dei precari, protetti, tutelati e coccolati dai sindacati, a spese dei neolaureati, senza tessera sindacale in tasca, e perciò privi dell’appoggio di alcun gruppo di pressione.

Infine: perché gli aventi diritto allo speciale, che hanno avuto a disposizione varie tornate della defunta Ssis, oltre che il primo ciclo di Tfa ordinario, sono arrivati ad oggi senza conseguire alcuna abilitazione? Avevano altro da fare? Non hanno superato le selezioni? In ciascuno dei due casi, mi verrebbe da glossare brutalmente: dura lex, sed lex.

Tutto ciò mi porta alla seguente riflessione. Al di là dell’ovvia e ritrita constatazione che il nostro non è un paese per giovani, credo si possa dire che in Italia esistono due binari: quello ideale e quello fattuale; quello ordinario e quello speciale; quello della regola, e quello dell’eccezione. 



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