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SCUOLA/ Tfa speciale, la lettera: perché in Italia c'è sempre la via più breve?

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Da una parte, si sbandierano meritocrazia, rigore e selettività (nel nostro caso, fissando severi numeri chiusi per mantenere un controllo sul numero degli insegnanti e sulla loro preparazione, oltre che per non “creare false aspettative lavorative”); dall’altra, sotto la spinta di qualche pressione, si ammicca a chi resta escluso, lasciandogli intendere di non preoccuparsi, perché tanto in qualche modo si fa, una soluzione c’è sempre, ecc. (purché ovviamente l’escluso in questione abbia qualche diritto acquisito, o sia membro di una qualche corporazione di quelle che tengono in scacco il Paese, o sia amico di amici, o roba così. Non si ammicca certo a quei paria che sono i giovani bravi, capaci, neolaureati, ai quali non si concede neppure la chance di tentare). 

È il principio per cui il vigile urbano che ha già estratto il taccuino per fare la multa si arresta di botto (“scusami, non ti avevo riconosciuto!”) e per cui il bibliotecario vede la tessera dei prestiti scaduta e apostrofa il conoscente: “sarebbe vietato, ma, trattandosi di te...”. È la logica dell’insofferenza per le norme, del superare la fila per comprare i ravioli alle sagre; del “non si potrebbe ma...”, “la regola è questa però...” e via discorrendo. Il principio delle scadenze mai tassative, degli impegni mai definitivi, sempre temporanei e derogabili; delle eccezioni rese note ex post, a danno di chi le regole le ha seguite e rispettate; dei canali preferenziali attivati a giochi iniziati.

Ora, io, ben lungi dal fantasticare una società retta dalle sole regole, che, come paventava il grande Solzenicyn, appiattirebbe gli slanci migliori dell'uomo, ovvero quelli supererogatori, ritengo che in molti ambiti dell'esistenza se ne possa fare tranquillamente a meno. Nei rapporti personali, ad esempio, come sapeva già Aristotele, non c'è bisogno di normare tutto, perché amore, amicizia e stima, se sono reali, comprendono in sé la giustizia, essendole superiori. E lo stesso certamente vale per molte dinamiche all'interno della società civile, ridurre le quali alla mera proceduralità sarebbe arida follia.

Ma credo anche che un Paese che voglia avere una qualche credibilità istituzionale debba reggersi su regole precise, che non vengano continuamente corrette in itinere da fiumi di eccezioni, postille e nota bene a vantaggio di alcuni. Per inciso, credo che questo, oltre a evitare l'esaurimento nervoso a molti, in generale aiuterebbe gli italiani ad uscire da uno stadio che somiglia a una infanzia viziata fuori tempo massimo, in cui mamma-Stato nega il gelato per poi concederlo sottobanco al primo capriccio; li aiuterebbe ad accettare di essere valutati e selezionati, e dunque a impegnarsi a tempo debito, se vogliono ottenere qualcosa; a sbattere il naso contro l'evidenza che non c'è sempre un escamotage per aggirare gli ostacoli, che a volte occorre prendere atto di un fallimento, o di una strada che si sbarra; che a volte occorre perfino accettare che le cose giuste siano svantaggiose per sé nell'immediato. Insomma, li aiuterebbe a diventare adulti.

Il binario collaterale dei cartelli di divieto soft, delle postille nei regolamenti, degli occhiolini sindacali e delle multe strappate, non ci sta portando da nessuna parte: è un binario morto.

Lettera firmata



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