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SCUOLA/ Dove un diploma costa 6mila euro e lo Stato è "allievo" di Totò

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Fa impressione. Quando la raccontano così, la nostra scuola, fa impressione. È come se esistesse solo questo: i diplomifici e il mercato dei titoli di studio. Ovviamente, è una cosa brutta. L’illegalità, ovunque si annidi, qualunque faccia prenda e qualunque settore interessi è un brutto affare. Per gli uomini in quanto tali. È impressionante, se sono veri i fatti e i numeri che riportano Repubblica e Il Mattino, che in un’area geografica così ristretta - Nola, Torre Annunziata - si siano perpetrati tali “soprusi formativi”, non a danno ma con la partecipazione consapevole di studenti, generalmente maggiorenni, di cui il 90% arrivada ogni parte del Paese.

L’Italia tutta allora sapeva e l’Italia tutta non si è tirata indietro quando si è trattato di conseguire un titolo di studio “legale”. Oppure è la storia vecchia, come il mondo, che sia l’occasione a fare l’uomo ladro, che sempre ladro rimane. E questo non giustifica nessuno: né chi propone né chi accetta. Come i falsi invalidi. La mala pianta deve essere estirpata insieme a chi la fa crescere e prosperare. E allora smettiamola: gli studenti campani in quella scuola quasi non c’erano. Ma tutti gli altri sì. Di chi è la colpa? 

Nel rispondere a questa domanda si finisce però a considerare la questione con il solito metro farisaico: chi ha ragione e chi ha torto. Quindi il problema è altrove. L’istituzione di un sistema scolastico paritario, sancito dalla berlingueriana legge 62/2000, finalmente rendeva “storia nostra” una tradizione che gli stessi padri costituenti ritennero sacra ovvero lasciare al padre e alla madre, titolari del dovere-diritto di crescere, istruire e educare i figli, la scelta sul “dove” questo obbligo morale e legale si doveva attuare. Per cui la nostra Italia, il Paese dell’integrazione scolastica per eccellenza, della legge 104/92 copiata ovunque nel mondo, il Paese della Montessori, della scuola per tutti e per ciascuno, il Paese che, all’indomani della guerra si era prefisso di debellare l’analfabetismo e di costruire la scuola dell’uguaglianza, finalmente nell’anno 2000 portava a compimento il dettato costituzionale di un sistema scolastico integrato e rispettoso della libertà di scelta delle famiglie e, quindi, della salvaguardia della buona tradizione, cattolica e socialista a un tempo, che ha fatto del nostro Paese una Repubblica. 

E allora? Abbiamo, come spesso “ci” capita, lasciato un pezzettino per strada. Quale, direbbe il buon Collodi dando voce al simpatico bugiardissimo Pinocchio? La faccenda del valore legale del titolo di studio. Eh, sì. Nel mentre riconosciamo l’uguaglianza al sistema e l’esercizio sovrano della libertà di scelta, ancora facciamo assurgere lo “Stato” quale detentore di un assenso formale a un percorso, formativo, di crescita della persona e della società. 



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