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SCUOLA/ Dal Tfa speciale ai Pas: e il nuovo reclutamento?

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Il ministro dell'Istruzione Maria Chiara Carrozza (InfoPhoto)  Il ministro dell'Istruzione Maria Chiara Carrozza (InfoPhoto)

Se nei fatti i Pas non sono che un atto dovuto (e già pagato a caro prezzo) nei confronti di chi, soprattutto dopo il 2008, non ha potuto abilitarsi, in fondo non sono che una soluzione di passaggio: abilitazione all’insegnamento, non certo la garanzia del ruolo. La graduatorie ad esaurimento sono infatti giustamente e definitivamente chiuse (lo ribadisce lo stesso Regolamento al comma 27-bis introdotto all’art. 4), quindi i neo-abilitati con i Pas – così come quelli del Tfa ordinario – potranno solo iscriversi nella II fascia (abilitati) delle graduatorie d’istituto per le supplenze (niente di nuovo, se non una precedenza sulla III fascia dei non abilitati) e partecipare ai concorsi a cattedra, se e quando saranno banditi. Ma di concorsi già non si parla più, visto che anche quello ora in dirittura d’arrivo fornirà più vincitori dei posti effettivamente disponibili: quest’anno da concorso avremo solo 6mila assunzioni in ruolo (50% del totale richiesto al Mef), contro le 7.351 cattedre previste dal bando. Uno scotto che si paga per una riforma delle pensioni che ha penalizzato pesantemente la scuola andando a sommare i suoi effetti negativi con quelli dei pesantissimi tagli degli ultimi anni; ma non solo. Non basta favorire l’accesso all’abilitazione ma, come si diceva sopra, è tutto il sistema del reclutamento che va rivisto e per farlo occorre cambiare ottica.

Di proposte sul tappeto ce ne sono molte: dal piccolo recupero di 3mila posti dei cosiddetti “quota 96” bloccati dalla Fornero ai grandi numeri ipotizzati con la formula del “semipensionamento”, un part-time tra pensione e insegnamento che libererebbe circa 100mila posti a tempo parziale; dal superamento effettivo della distinzione tra organico di diritto e organico di fatto, e quindi all’assunzione in ruolo dei 50-60mila docenti che vengono assunti con incarichi annuali su posti di fatto consolidati, all’organico pluriennale di istituto e di rete. 

Sono tutte soluzioni che hanno la loro consistenza, ragioni adeguate, sono discutibili e perfezionabili, e vanno inserite nel più ampio contesto dell’intero sistema educativo del Paese. Ma affinché possano diventare soluzioni praticabili ed efficaci richiedono una decisione che è prima di tutto culturale: occorre rimettere veramente al centro delle scelte politiche di questo Paese l’educazione e la formazione delle giovani generazioni, fattore trainante dello sviluppo della persona e della società. E questa non è una decisione “tecnica”, ma della coscienza.

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