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UNIVERSITA'/ I tre nodi che l'Italia deve sciogliere

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Ovviamente questo non significa che in Italia si insegni male, o peggio che altrove: basta sentire l’esperienza di molti nostri studenti Erasmus per convincersi del contrario. Non significa neppure che ogni gesto fatto per passione ed entusiasmo debba essere quantificato, finire in un verbale, o essere inquadrato in una cerimonia di premiazione. Significa solo che è intollerabile che le norme vigenti cerchino di inculcare (come venne scritto qualche tempo fa) che "ogni ora trascorsa con gli studenti è un’ora persa", o al massimo un’ora di generoso volontariato. Speriamo che dopo un Rapporto europeo ciò sia ancora più evidente. 

Fermo restando il giudizio molto positivo sull’impostazione del documento, ci sono molti elementi sui quali il lettore si sente in dovere di aggiungere qualche chiosa. Per esempio: non è sufficiente preoccuparsi della qualità dell’insegnamento universitario senza contestualmente discutere la questione del livello di uscita dalla scuola secondaria superiore e delle condizioni di ingresso all’università (è giusto che l’università debba istituire corsi di inglese di livello A1 per studenti che a scuola hanno frequentato per tredici anni consecutivi lezioni di inglese?). Oppure: il Rapporto non entra (a buon diritto) nella questione dell’eventuale differenza tra una formazione superiore orientata alla ricerca oppure orientata più direttamente alla professione: cosa che andrebbe chiarita per non scaricare sulla questione della qualità dell’insegnamento problemi e ambiguità che vengono da più lontano. 

C’è però una perplessità che è più direttamente collegata all’obbietivo del Rapporto e che merita qualche parola in più. La raccomandazione 4 chiede che entro il 2020 tutti i docenti universitari (a somiglianza di ciò che grosso modo avviene per gli insegnanti di scuola) abbiano una formazione pedagogica certificata, e che essa sia seguita da continui corsi di aggiornamento. Il motivo di ciò, formulato dagli estensori con realismo e ironia, è che "non esiste nessuna legge della natura umana che decreta che un buon ricercatore sia automaticamente un buon insegnante". Giustissimo. Bisogna però anche osservare che non è un caso che la parola "pedagogia" (tra l’altro conformemente all’etimologia) faccia pensare di più a bambini e ragazzi che a giovani o adulti. Ciò avviene per esempio perché con l’aumentare dell’età l’apprendimento diventa sempre più un processo autonomo, oppure perché la distanza tra docente e discente si annulla al punto che se il primo attribuisce al secondo la sua medesima struttura psicologica difficilmente si sbaglia di molto, oppure perché la complessità crescente delle discipline rende impossibile parlare del loro insegnamento senza conoscerne a fondo il senso e le dinamiche. 

Non per niente uno dei pochissimi casi in cui una specifica preparazione didattica per giovani o adulti viene ritenuta universalmente necessaria è quello dell’insegnamento delle lingue, in cui la posizione del discente è in un certo senso artificiale rispetto a quella del bambino: ma si tratta appunto di un’eccezione. Ovviamente siamo pronti a ricrederci: ma ci pare un po’ dubbio che l’insegnamento nell’università migliori riportando sui banchi di scuola migliaia di professori universitari per ascoltare le lezioni dei loro colleghi pedagogisti (di chi sennò?). 



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COMMENTI
09/07/2013 - Citazioni (Alberto Consorteria)

Il rapporto sull'educazione superiore si apre con due citazioni di Dewey e Bloom, entrambi statunitensi. Il punto di partenza per una riflessione sull'educazione nell'Unione Europea mi sembra ottimo...