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UNIVERSITA'/ I tre nodi che l'Italia deve sciogliere

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Il Rapporto del gruppo per la "Modernizzazione dell’Istruzione Superiore" stabilito sotto la presidenza di Mary McAleese dalla Commissione europea, presentato il 18 giugno a Bruxelles, è una lettura molto istruttiva e in controtendenza rispetto a ciò che spesso si rimprovera alla burocrazia europea. 

Per una volta tanto viene presentata un’immagine ampia e differenziata dell’università (in cui si sottolinea il legame che essa deve avere con la storia di ogni nazione), il desiderio di "modernizzazione" non va a detrimento della memoria storica e di una prospettiva umanistica (pare di sognare quando si vedono evocate le "sixth century monastic schools", scuole monastiche del VI secolo, o si parla di "integral education of the person"), le indicazioni operative puntano molto più alla sostanza che all’imposizione di nuovi fardelli burocratici. 

Il punto di partenza del Rapporto è costituito dall’obiettivo che la Comunità Europea si è proposto per il 2020: almeno il 40% dei giovani dovrà avere un titolo universitario. L’obiettivo è ambizioso e suona come un forte campanello d’allarme per l’Italia, dove non solo la percentuale è molto più bassa, ma in più il mantra secondo cui vi sono troppe università, troppi corsi di laurea e troppi studenti è stato ripetuto con un’ossessività sconcertante, in maniera talvolta esplicita, talaltra subliminale. In effetti, chiunque conosce il mondo accademico italiano sa che sta avvenendo una sostanziale contrazione dell’istruzione superiore: i ranghi dei docenti si spopolano drammaticamente perché i pensionati non possono essere sostituiti per vincoli di bilancio, la riduzione del finanziamento ordinario rischia di portare alla bancarotta molte università, le nuove norme di accreditamento (a volte sensate, a volte lunari) rischiano di far chiudere corsi di laurea che pur hanno nella sostanza la capacità di formare eccellentemente i giovani, e così via. 

Tutti problemi complessi (ai quali il Rapporto accenna più volte), ma che una buona volta in Italia dovrebbero essere posti sul tappeto chiarendo se si crede che l’istruzione superiore sia un formidabile investimento, oppure uno sperpero in un paese in cui "siamo capaci di fare scarpe tanto belle". Chi ha creduto la prima cosa (come la Corea del Sud dopo la seconda guerra mondiale) ha cambiato le proprie sorti diventando rapidamente una potenza economica, chi crede il contrario almeno porti qualche fatto a sostegno delle proprie pensate. 

Ma anche se si concorda sull’obiettivo, i problemi non sono finiti. Non ci vuol molto a capire che la maniera più a buon mercato per aumentare il numero dei laureati consiste nell’abbassare il livello dell’università. Questa è sovente anche la critica che viene rivolta alla riforma del sistema universitario italiano (il celebre 3+2): esso ha sì aumentato il numero di laureati, ma solo perché fregia del titolo di "dottore" coloro che prima abbandonavano gli studi dopo qualche anno, non perché sia capace di condurli efficacemente all’obiettivo di una laurea (magistrale). 



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COMMENTI
09/07/2013 - Citazioni (Alberto Consorteria)

Il rapporto sull'educazione superiore si apre con due citazioni di Dewey e Bloom, entrambi statunitensi. Il punto di partenza per una riflessione sull'educazione nell'Unione Europea mi sembra ottimo...