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SCUOLA/ Perché un giovane si uccide a causa di Facebook?

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Se fa l’insegnante, non pensa di entrare in rapporto con parole eccezionali e con occhi pieni di domanda: esegue scrupolosamente la sua performance per sentirsi a posto con la propria coscienza. Non somiglia a una nonna, che prepara proprio quella torta che piace al suo nipotino, ma a una brava pasticcera in cerca di farsi un nome, che esegue con senso del dovere una ricetta che deve piacere ai bambini. Ecco, la nonna preparando quella torta entra in rapporto con suo nipote. Ma Francky Red, scrivendo (certe cose?), entra in rapporto con qualcuno? Lo schermo lo protegge, gli impedisce non solo di vedere l’altro ma di percepirne la effettiva presenza in questo pianeta.

Quei non detti che un tempo rimuginava da solo ora li può scrivere, come se l’altro (che, lo sa benissimo, esiste, e li leggerà), non li dovesse venire a sapere mai: ma nessun telegiornale ti fa pregare per una ragazza che muore durante il viaggio di nozze; nessun libro di storia ti fa piangere per almeno uno dei milioni di morti delle guerre mondiali; nessun giornale, mentre sentenzia, sputtana e condanna, ti fa rendere conto che stiamo pur sempre parlando di esseri umani, che leggeranno anche loro, come leggeranno i loro figli, e le loro mamme. Così chi scrive su Facebook non parla con nessuno: lancia a message in a bottle. Dice a tutti che sta male, ma in realtà lo dice a nessuno. Se ha bisogno di dirlo a tutti, è perché non ha nessuno a cui dirlo. Eppure, quando si trova online, viene sommerso dai “cm va?”. Glielo chiedono l’ex compagno dell’asilo nido e il vicino di ombrellone di otto estati fa. Ma quel “cm va?” non è rivolto a lui: se online non ci fosse Francky, lo chiederebbero a Scarlet o a Mark. È il “cm va?” dei pieni di noia, in contatto con miriadi di persone, e in rapporto con nessuno. Che parlano non come mangiano ma come chattano. Un po’ come quegli insegnanti che si ricordano di chiedere “cm va?” a Rossella e a Marco soltanto il 7 giugno, quando non sanno proprio che altro dire e ne hanno in classe solo due, e che per tutto l’anno dicono “buongiorno” quando entrano in classe, ma senza voler dire niente, e senza augurarlo a nessuno in particolare.

Nel racconto pavesiano Suicidi – e di questo, purtroppo, stiamo parlando – il protagonista pensa alla sua fidanzata come a quella che, le «pene passate, me le estraniava un poco»: «Carlotta mi serviva da pubblico. Parlavo per mio conto in quelle sere». Anche la persona più cara può diventare il nostro «pubblico». O addirittura una presenza di troppo, come per il Narciso di Gaber, che durante un rapporto sessuale si eccita così tanto per la propria potenza che, quando alla fine si accorge di lei, non si trattiene: «Ma chi è questa qui? da dove viene? ero qui che mi amavo!». 



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