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SCUOLA/ Anche la lettura può essere solo un vizio

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Pensiamo per un attimo alla condizione di un contadino di sessant'anni fa. Non leggeva nulla o  quasi. Ma la sua vita era per questo priva di letteratura, intendendo il termine in senso lato come ambito di elaborazione della dimensione simbolica ed estetica? No di certo: aveva i racconti orali, il patrimonio delle fiabe, le preghiere, la liturgia. La materia psichica profonda, con l'angoscia connessa, era rifluita in narrazioni plasmate dal lavorio dei secoli, ordinate e insieme insensate, ordinate come la ragione, insensate come il fato e le passioni. Epifanie del magma di tragico e comico dell'esistenza che così poteva essere detto, e guardato, e sopportato. E poi la liturgia, il  livello estetico, percepibile, presente, di un mistero positivo.

Ebbene, se abbandonassimo l'ambizione (non priva di pecche e aspetti discutibili, per carità) di una diffusione capillare della letteratura attraverso la scuola, non torneremmo a questo. Tutto questo è perduto per i più, almeno nel segmento della storia in cui siamo capitati. Il nostro sarebbe un viaggio verso l'azzeramento di qualunque linguaggio simbolico condiviso. Del linguaggio simbolico efficace, s'intende, di quello che non solo dice ma fa, che è un dire che fa.

La paura dell'orrore e della morte, l'enigma del caso, la pressione incomprensibile delle pulsioni, l'odio, l'amore: tutto ciò gli uomini di ogni civiltà hanno sottoposto ad instancabile elaborazione simbolica che, anche nelle forme popolari, aveva dietro a sé lo spessore della vita di generazioni, secoli di esperienze sedimentate. Oggi quello spessore è per noi attingibile solo attraverso i capolavori della letteratura. Non si tratta di stilare classifiche, di stabilire che cosa stia dentro e che cosa fuori e di passare quindi a discettare (altro argomento sempre di moda) sulla legittimità della distinzione tra letteratura alta e letteratura di consumo; diamo pure per scontato che nella farragine difficilmente inventariabile di tutto ciò che si scrive e si vende vi sia molto che abbia lo spessore di cui si è parlato. Non è questo il punto: l'essenziale è che alle giovani generazioni non venga a mancare nutrimento adeguato, ed è quindi inevitabile che le nostre preoccupazioni siano indirizzate in primo luogo a farle partecipi delle opere che di sicuro hanno già dimostrato di avere la forza per sostenere la vita dei singoli e il cammino di una civiltà. 

In un certo senso, non è il caso di enfatizzare troppo la questione della comprensione. In parte perché il fatto di sottrarsi ultimamente a qualunque pretesa di comprensione completa è proprio ciò che rende tali i capolavori; in parte perché i sentieri che essi tracciano dentro di noi sono sempre intricati e misteriosi, soprattutto carsici: in ogni momento della nostra esistenza ci ritroviamo a tirar fuori dal nostro tesoro cose nuove e cose antiche, che a stento ricordiamo quando e come vi abbiamo messo e che comunque appaiono diverse, o meglio "appaiono" veramente per la prima volta.



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COMMENTI
07/01/2016 - Spessore vs irrilevanza (Gabriella Villa)

Dissento. Il pessimismo cosmico non può essere la risposta alle richieste dei ragazzi. Il fatto che per noi adulti sia difficile capire cosa stia succedendo alle nuove generazioni non ci autorizza a ritenere che non ci sia futuro per chi ha un approccio alla realtà diverso e per noi difficilmente comprensibile. Quello che non comprendiamo ci spaventa, ma non significa che sia deleterio per lo sviluppo del pensiero umano. Di cosa parleranno i giovani senza poter discutere (?) di letteratura (come abbiamo fatto/facciamo noi)? Forse discuteranno di altro e sull’importanza di quell’altro per lo sviluppo del genere umano non è dato sapere e neppure prevedere, soprattutto se la nostra visione è focalizzata solo su alcuni aspetti della conoscenza. Il credere che “le cose nuove e le cose antiche” del nostro sapere siano “tesori” solo se abbiamo fatto certi percorsi di lettura, al di là della comprensione che ne possiamo aver avuto, è comunque una congettura che dovrebbe essere dimostrata e non declamata come risolutiva del modo di apprendere “tout court”.