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SCUOLA/ Anche la lettura può essere solo un vizio

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Del resto, chi ha capito l'Ave Maria quando l'ha imparata? Anzi, chi ha capito l'Ave Maria?

La prima cosa, quindi, quella essenziale, è che l'opera arrivi. Quella che chiamiamo spiegazione non può essere che un'umile introduzione, un cortese e premuroso socchiudere la porta. Ma poi è dell'opera che dobbiamo fidarci, non delle nostre capacità didattiche. In questo senso bisogna essere insegnanti in senso strettamente letterale: indicare, e lasciare la scena ai veri attori, l'opera e l'allievo. Poi va da sé che questo "indicare" sarà tanto più efficace quanto più trasparente del proprio amore per ciò che si propone, quanto più l'adulto saprà comunicare la sua coscienza che ciò che sta "indicando" lo supera, che non ne è padrone.

Probabilmente è questo il punto su cui può essere aggredita l'antropologia del "consumatore" e anche quella, non meno devastante se diviene esclusiva, dell'utilizzatore, per approdare a quella, richiamata anche dai documenti del Concilio Vaticano II come scopo primario dell'istruzione, del contemplatore.

Ne La scuola raccontata al mio cane Paola Mastrocola si domanda di che cosa mai parleranno tra loro gli uomini della prossime generazioni, privi di una eredità letteraria condivisa.  Condivideranno, come già avviene, le vicende delle serie televisive globalizzate (ormai anche confezionate direttamente per il computer), sempre più belle e non sempre banali, a stare al giudizio di critici autorevoli. Mettiamo pure che così sia risolto il problema della conversazione. Questi prodotti però non hanno ancora dimostrato alla prova dei fatti e del tempo di saper svolgere la funzione fondamentale che Aristotele assegnava, ad esempio, alla tragedia attica (non a caso una forma, anche quella, di "istruzione pubblica"), di metterci in grado di sostenere la coscienza del male senza scardinare la convivenza ma anzi rafforzandola. Magari lo dimostreranno in futuro, e ne saremo lieti, ma in questo campo non si può rischiare.



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COMMENTI
07/01/2016 - Spessore vs irrilevanza (Gabriella Villa)

Dissento. Il pessimismo cosmico non può essere la risposta alle richieste dei ragazzi. Il fatto che per noi adulti sia difficile capire cosa stia succedendo alle nuove generazioni non ci autorizza a ritenere che non ci sia futuro per chi ha un approccio alla realtà diverso e per noi difficilmente comprensibile. Quello che non comprendiamo ci spaventa, ma non significa che sia deleterio per lo sviluppo del pensiero umano. Di cosa parleranno i giovani senza poter discutere (?) di letteratura (come abbiamo fatto/facciamo noi)? Forse discuteranno di altro e sull’importanza di quell’altro per lo sviluppo del genere umano non è dato sapere e neppure prevedere, soprattutto se la nostra visione è focalizzata solo su alcuni aspetti della conoscenza. Il credere che “le cose nuove e le cose antiche” del nostro sapere siano “tesori” solo se abbiamo fatto certi percorsi di lettura, al di là della comprensione che ne possiamo aver avuto, è comunque una congettura che dovrebbe essere dimostrata e non declamata come risolutiva del modo di apprendere “tout court”.