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SCUOLA/ I nemici della formazione professionale vogliono far "fallire" l'Italia

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I cosiddetti percorsi di qualifica e diploma professionale che ne sono scaturiti hanno incontrato da subito il favore di tante famiglie e di tanti giovani; le statistiche dimostrano che laddove tali percorsi sono presenti diminuiscono la dispersione e la disoccupazione giovanile e molte imprese mostrano di apprezzare le persone formate e educate inserendole nei propri organici.

Questi giovani non solo non si perdono, ma recuperano la stima di se stessi e riscoprono quella curiosità dell’apprendere e quel piacere del fare che sono anche il motore dell’innovazione. Non dimentichiamoci che il boom italiano deve alla cultura e alla formazione tecnica larga parte del suo successo e che le innovazioni incrementali che hanno permesso al nostro paese di diventare una delle potenze mondiali hanno in quella cultura e in quell’educazione il loro fondamento. Il sistema della formazione professionale è nel nostro paese (più che in quello di molti nostri competitors) ancora più essenziale se si desidera strutturare un vero sistema duale; infatti la piccola dimensione delle nostre imprese (media 3,9 addetti contro ad esempio i 12 della Germania) implica che il sistema delle imprese non può assolvere da solo al compito di garantire unalternanza che sia al contempo attività lavorativa e attività di apprendimento e di crescita delle competenze.

Se queste considerazioni valgono allora pare necessario aprire un vero confronto tra istituzioni e sistema formativo senza reticenze e senza forzature. Ancora le recenti vicende dell’art. 6 del decreto del fare, poi ritirato dal governo, mostrano che questo confronto leale e aperto non è ancora adeguatamente in atto. Questo passo è dunque necessario perché è giunto il momento di invertire con coraggio il trend per cui in Italia si spendono ingenti quantità di denaro per politiche assistenziali e si continua a non investire adeguatamente sull’educazione e sulla preparazione al lavoro dei giovani. E’ una visione miope, tipica dei paesi incapaci di guardare al proprio futuro, che difendono con i denti privilegi che non possono più permettersi. L’esperienza di altri paesi, anche europei, mostra che investire sulla formazione professionale, dare vita a un vero sistema duale, è una risposta strutturale perché abbatte la disoccupazione giovanile, migliora la produttività dell’impresa, aumenta la capacità di innovare e riduce la spesa pubblica improduttiva.

Ma la sfida non è solo alla politica o alle istituzioni, è a ciascuno di noi. Abbiamo il coraggio di guardare con fiducia ai nostri giovani e ai nostri figli, usciamo dagli stereotipi del liceo e dei colletti bianchi, smettiamo di contrapporre impresa, scuola e formazione professionale, guardiamo con stima e fiducia a chi decide di cimentarsi con un mestiere, sosteniamo le esperienze di alternanza tra scuola e lavoro sin dall’adolescenza, favoriamo la possibilità di esperienze all’estero. 



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