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SCUOLA/ Tfa, molte questioni aperte, un quasi fallimento: perché?

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Galline in Rettorato a Torino durante una protesta (Infophoto)  Galline in Rettorato a Torino durante una protesta (Infophoto)

Invece ci pare che questo organo debba assolutamente essere attivato, e debba acquisire il parere dei tutor coordinatori, degli studenti ma anche dei rappresentanti dei tutor di scuola (benché il DM 249/2010, art.10, comma 4a preveda solo la presenza di due dirigenti scolastici o coordinatori didattici), perché i docenti accoglienti sono stati il vero motore del tirocinio. 

Tra l'altro, se è vero che alcune università hanno – almeno simbolicamente – erogato un compenso forfettario alle scuole, molte altre non lo hanno fatto. Al di là dell'entità del contributo versato, ci sembra che questa questione sia significativa: come è possibile che gli organi accademici introitino in media 2.500 euro per corsista, e non riescano neppure a fare quelle poche economie che permettano di ricompensare singolarmente i tutor di scuola? I quali si sono dati veramente da fare, hanno speso in molti casi molte ore per parlare, discutere, aiutare il tirocinante. Lo avrebbero fatto probabilmente anche sapendo di non avere alcun contributo: ma non ci sembra né moralmente né deontologicamente corretto, che non ci sia una retribuzione. Anche perché il DM 93/2012 (art 8, comma 3) prevede esplicitamente che gli atenei riconoscano "alle istituzioni scolastiche una quota del contributo di iscrizione ai relativi percorsi", anche se non ne definisce l'importo.

Analogamente si deve dire per i tutor coordinatori, che – a differenza di qualche lodevole eccezione – non hanno beneficiato di alcun compenso per i laboratori che hanno tenuto, anche spontaneamente, per rispondere alle esigenze dei corsiti. In alcuni casi non è stato corrisposto loro nulla, neppure per i lavori in Commissione di esame di abilitazione!

Non è – evidentemente – questione di soldi, ma di dignità e di considerazione del lavoro dell'insegnante ed è faccenda legata all'impostazione del Tfa: è possibile che il mestiere di insegnante goda di così bassa stima sociale che, neppure quando devono insegnare il proprio lavoro, i docenti hanno la possibilità di farlo senza dover mettere in conto spese per carta, telefonate, benzina che nessuno rimborserà, e comunque in subordine rispetto agli insegnamenti teorici accademici? 

Questa disistima è evidente anche con i Pas. Infatti i docenti aspiranti vengono sollevati dalla frequenza del tirocinio, perché si riconosce che nei loro anni di insegnamento lo hanno già espletato: vero! Dovranno frequentare solo i corsi teorici: ma se hanno già insegnato per almeno tre anni, e se vengono considerati capaci di farlo, non dovrebbero già essere esperti in tutto? Se "sanno" stare in classe, se "sanno" tenere gli alunni, perché dovrebbero seguire dei corsi? Si potrebbe obiettare: tutti i docenti sono chiamati all'aggiornamento in servizio. Giusto! Ma i corsisti dei Pas non seguono dei corsi di formazione, ma dei Percorsi abilitanti speciali: perché per abilitarsi è necessario "soltanto" sapere la teoria? Infatti i Pas prevedono la frequenza delle medesime ore teoriche dei colleghi che hanno frequentato i Tfa. Invece, tagliano un "pezzo" decisivo per la formazione di un insegnante: la riflessione sull’esperienza in atto



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