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SCUOLA/ Tfa, molte questioni aperte, un quasi fallimento: perché?

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Galline in Rettorato a Torino durante una protesta (Infophoto)  Galline in Rettorato a Torino durante una protesta (Infophoto)

Essa costituisce, tra l’altro, un riferimento epistemologico fondamentale per ogni forma di aggiornamento poiché focalizzata sulla problematizzazione qualificata e qualificante dell’esperienza (cosa che è stata apprezzata come tale dai tutor accoglienti delle scuole). Come è possibile che l'abilitazione al lavoro (non la laurea universitaria o l'attestato di un master) preveda che ciò che è essenziale sia la teoria e non anche la pratica? Chi ha verificato che questi giovani docenti sappiamo insegnare veramente? Non è certo per gettare discredito su questi corsisti, ci mancherebbe! Ma per riflettere su di un sistema che – benché lodevole nelle intenzioni – stenta ancora a prendere la forma probabilmente più efficace per formare i giovani docenti e per verificarne l'efficacia lavorativa. Non sarebbe necessario che i corsisti frequentassero effettivamente dei tirocini, ma che riflettessero in modo sistematico sul loro agire didattico insieme ai tutor coordinatori, nei laboratori di tirocinio (previsti dall'art. 10, comma 3 d).

Non è certo perché il corsista dei Pas supererà brillantemente tutti gli esami, che sarà garantita la sua competenza didattica in classe. Il problema non è da poco e si è manifestato anche nell'appena concluso Tfa, così come nelle vecchie Ssis: come valutare il giovane che chiede l'abilitazione all'insegnamento? È evidente che il suo cursus honorum ha un valore e che non se ne può prescindere: ma il caso vuole che ottime valutazioni agli esami non sempre corrispondano ad una passione ed attitudine alla docenza.

Si può valutare con maggiore attendibilità un neodocente solo vedendolo in azione, cioè mentre segue il tirocinio e mentre fa lezione: è una questione tanto evidente, quanto negletta. Perché non è certo semplice – ce ne rendiamo ben conto – dal punto di vista organizzativo costruire situazioni e momenti in cui sia il tutor di scuola, sia il tutor coordinatore possano valutare il neofita. Però questa dovrebbe essere la direzione. Per questo il percorso – in prospettiva – dovrebbe prevedere un anno di praticantato a scuola e un giudizio che nasca soprattutto dalle e nelle scuole, in coordinamento con docenti universitari e tutor coordinatori, così da dare una valutazione globale più attendibile.

E non è un caso, che un altro punctum dolens emerso da questo primo ciclo di Tfa sia stato proprio  l'esame finale: gli atenei hanno cercato di interpretare nel modo più ragionevole possibile l'articolo del decreto in cui si indicano le modalità della prova orale finale abilitante (art.10, commi 6, 8, 9, 10, 11, 12). Tanto è vero che non poche università hanno dovuto ipotizzare esami finali un po' funambolici, per tenere insieme, nella prova finale, sia la relazione di tirocinio in senso stretto, sia l'approfondimento accademico: infatti l'articolo citato recita che durante l'esame finale "della relazione finale di tirocinio è relatore un docente universitario" mentre al tutor coordinatore spetta di essere correlatore! Molte università hanno compreso che la questione non stava in piedi. Come può un docente universitario valutare una relazione di tirocinio? E come può – e perché deve –  chiedere ai corsiti approfondimenti di tipo didattico, anche quando esulano dalle sue specifiche competenze? 



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