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SCUOLA/ Hannah Arendt e il desiderio spento dei giovani senza "benzina"

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Detto in altro modo: quando non ci sono più ragioni per gli slanci ideali di cui il cuore umano ha bisogno, si esaurisce la benzina della speranza. E senza speranza la vita dell'uomo piomba nella disperazione. 

Il mondo laico, salvo poche eccezioni, ha fin qui diffidato dell'impegno dei cattolici sul fronte dell'emergenza educativa. I principali maîtres à penser del nostro tempo lo hanno snobbato, giudicandolo a rischio di neo autoritarismo o, peggio, di un ritorno di pedagogie clericaleggianti. Eppure l'autentica sfida del futuro, la tutela dell'umano che è nell'uomo, non si vincerà sul piano economico o politico o tecnologico, anche se abbiano naturalmente vitale bisogno di lavoro, onestà, rigore, conti a posto, efficienza e capacità produttiva. 

Si vincerà o perderà nella misura in cui gli adulti di oggi sapranno testimoniare "qualcosa" e, attraverso il loro esempio mobilitare nei giovani il desiderio di vivere e l'esperienza dell'interiorità personale, critica, creativa, in una parola la libertà dell'uomo. Questa è l'educazione di cui c'è bisogno oggi.

Non sono i valori astrattamente enunciati a orientare i processi educativi, ma i comportamenti tangibili alla base della "relazione generativa": non è immaginabile che "l'uomo faccia esperienza da solo, ma deve essere generato all'esperienza. Solo l'esperienza suscita esperienza e quindi mette l'uomo nella condizione di compierla". Per questa ragione niente può sostituire la forza che un'esperienza ha di comunicarsi e di mobilitare le risorse dell'altro perché "questi sia messo, a sua volta, in grado di vivere a sua volta la propria" (La sfida educativa, 2009, p. 11). 

L'avventura della libertà si svolge all'intersezione dei sentimenti propri delle relazioni umane: la partecipazione, la dedizione, la condivisione e soprattutto la credibilità e la gratuità. L'immagine educativa dei genitori rappresenta esemplarmente questo apertura al mondo accompagnata da una promessa che, se smentita, si trasforma nel dramma dell'abbandono. 

Questa promessa si configura oggi, come ieri, soprattutto come un grande atto di speranza: che ciò che è ancora allo stato iniziale, possa manifestarsi nella sua pienezza. 

Se ci identifichiamo nelle cose che possediamo e non in ciò che siamo, se dimentichiamo il significato della parabola dei talenti o la riduciamo alla sola dimensione della ricerca del successo immediato, allora il passaggio alla crisi dell'educazione e alla sua semplificazione/riduzione alla nozione di formazione di qualche abilità è ineluttabile.

Del tutto diverso è lo scenario dominato dalla speranza. Educare nella speranza significa aiutare i giovani ad andare oltre le cose, a esercitare la capacità di cogliere il mistero che si sta di fronte, a crescere in un tessuto di relazioni umane significative attraverso le quali l'amore di Dio si manifesta in noi. Significa accompagnare i giovani a inoltrarsi a scoprire lo stupore, a contemplare la bellezza, a vivere i sentimenti come un dono e non come un possesso.

Una autentica esperienza di speranza irradia non solo la certezza della salvezza umana e cristiana possibile ma anche la consapevolezza che quanto appare di tremendo e di giustificabile ai nostri occhi non è affatto l'ultima parola dell'esistenza.  



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