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SCUOLA/ Hannah Arendt e il desiderio spento dei giovani senza "benzina"

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In una pagina spesso citata del suo libro L'ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, Umberto Galimberti ha accostato la condizione giovanile del nostro tempo a due metafore: quella del deserto e quella dell'insensatezza. Questa tragica condizione può essere letta come la conseguenza dello sfocarsi dell'educazione come scambio intergenerazionale e il suo cosiddetto «superamento» nella prospettiva dell'auto-formazione. 

Secondo quest'ultima interpretazione ciascuno sarebbe tenuto a immergersi nelle varie esperienze della vita in presa diretta per decidere cosa fare. Non c'è tempo per riflettere: si vive in un adesso istantaneo dominato dall'intensità emozionale del momento e lo spazio, a sua volta, appare «senza luogo», uno specie di semplice contenitore di un movimento incontenibile senza meta. 

L'immagine più diffusa di libertà diventa così indipendenza senza ordine e cioè pluralità senza coerenza: credere in tante cose insieme slegate – talvolta contraddittorie – le une dalle altre. La vita è costituita dal susseguirsi di episodi slegati dove le eventuali delusioni possono essere sostituire da altre, nuove ed immediate emozioni. La virtualità della rete e dagli incontri infiniti che ne possono derivare concorre a rendere ancor più incerta e indeterminata la realtà quotidiana. 

Scompaiono l'idea di progetto – perché esiste solo il presente, potremmo dire "l'attimo fuggente" – e la figura del maestro che insegna e si propone come testimone di una verità. Nel migliore dei casi esiste solo un compagno di viaggio che occasionalmente ci può raccontare qualcosa della sua esperienza o lo psicoterapeuta che ci aiuta nel momento del bisogno. In una parola non ci sarebbe nessuno che può preventivamente dirci ciò che è bene e ciò che è male e soprattutto nessuno che ci introduca al futuro. I ragazzi e i giovani vivono così una libertà illusoria e una solitudine sostanziale.  

Già oltre 50 anni fa – a fronte dell'embrionale delinearsi di questa visione educativa – Hannah Arendt ne individuava i gravi rischi con alcune osservazioni tuttora valide. La più importante è questa: la priorità assegnata alle esperienze dirette assolutizza la singolarità della persona, negando che ci siano valori che possono essere mediati attraverso, ad esempio, l'apporto di chi possiede una esperienza di più antica data e un sapere di livello più alto o mediante la ricchezza affettiva del rapporto interpersonale. Una perdita, concludeva la Arendt, che rende più povera la società umana. 

Il dramma educativo del nostro tempo che si consuma implacabilmente sotto i nostri occhi – se fosse possibile descriverlo in poche e stringate battute – consiste nell'intreccio tra la diffidenza verso la realtà (e gli obblighi che essa impone) e la perdita del desiderio di darle un significato. Il surrogato sono i beni di consumo e l'indifferenza verso tutto ciò che non è immediatamente godibile. 




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