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SCUOLA/ Si può ancora salvare dall'intreccio malato di politica, funzionari e sindacati?

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Dutto non condivide il pessimismo strategico di molta produzione critica, benché egli stesso non sia cieco di fronte alle evidenti défaillances del sistema e alle sue "linee di sfaldamento" e benché ne individui le radici nell'obsolescenza del modello. Ma non sembra molto interessato ai tentativi di proposta di un altro modello. L'obelisco è pur sempre solido. Tutta la prima parte del libro alterna la ripresa di moduli critici, ritrovabili in molta letteratura, e l'invito a osservare da vicino il microcosmo della scuola. È una sorta di lunga conversazione sulla scuola, che intreccia dati, wishful thinkings, critiche. "Le riforme amministrative non hanno prodotto evidenze di miglioramento della scuola; c'è anzi una distanza abissale tra il mondo dell'amministrazione scolastica e quella realtà fatta di ragazzi respinti a scuola, adolescenti in bilico e privati del futuro, talenti ignorati e percorsi di crescita interrotti o deviati". "La visione dello Stato come attore principe nel campo dell'educazione condiziona ancora il modo di pensare, diventa un fattore di precomprensione, sostituisce la ricerca libera di soluzioni con un range limitato di misure da adottare". "Coorti di studenti hanno attraversato i cantieri della scuola rimasti aperti troppo a lungo, senza mai sentirsi a casa". Perciò descrive l'avvicendamento delle riforme, tra il cabotaggio e la rotta incerta, denuncia come una patologia "la passione per gli organici" e "la saga dei precari", quale prodotto di perverso intreccio tra politica, amministrazione e sindacati. È consapevole che nella nostra scuola, che pure è stata investita del ruolo improprio di "zattera di salvataggio" per ogni male sociale e di sostituto di ogni inadempienza educativa della società e delle famiglie, "l'eccellenza si riveli troppo domestica", in relazione ai dati comparativi su scala internazionale. Si associa a quanti lamentano "i debiti dell'ignoranza" e lo scollamento tra sistema educativo e mondo della produzione e delle professioni, che sottoproduce un effetto di "inflazione scolastica". Avendo egli vissuto come protagonista e come vittima l'elaborazione di decisioni − che poi la politica, il sindacato e l'amministrazione capovolgono regolarmente nella legislatura successiva − relative agli ordinamenti, ai curricula, al tutor, al portfolio ecc…, invita a ponderare il processo di costruzione delle decisioni, affinché sia meno volatile e superficiale. Insomma, la prima parte del libro non è solo destruens, perché si muove sul filo dell'osservazione critica, dell'analisi empirica e della "prescrizione" relativa a che cosa si dovrebbe/potrebbe fare di diverso e più efficace. In questo contesto viene messa sotto la lente la condizione degli insegnanti, presi tra generosità, stress, bassa considerazione sociale, assenza di valorizzazione e di carriere.

Né sfugge la questione decisiva, quella della centralità dei ragazzi, dell'apprendimento difficile e della loro solitudine, nonostante il rumore scolastico che li avvolge. Aiuta, qui, una citazione di un libro di Umberto Fiori, il quale appartiene alla preziosa tipologia dell'insegnante che trova il tempo di riflettere sulla propria pratica educativa: "I ragazzi hanno un disperato bisogno di pensare. Hanno bisogno di essere aiutati a formulare chiaramente e ad affrontare responsabilmente le domande più profonde, più decisive. Che cosa è vero? Che cosa è giusto?".



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