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SCUOLA/ Si può ancora salvare dall'intreccio malato di politica, funzionari e sindacati?

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La seconda parte del libro – il coraggio dell'azione – passa in rassegna il sistema e articola le proposte di misure da prendere, seguendo il filtro dei soggetti: gli studenti, gli insegnanti, i dirigenti, l'amministrazione, le istituzioni. Così parte un invito a investire sulla responsabilità gli studenti e perciò alla conoscenza effettiva di ciascuno: "conviviamo con studenti e con scuole che non conosciamo". Quanto agli insegnanti, Dutto fa appello a quel milite ignoto che è "l'insegnante ignoto", professionale e appassionato e spezza una lancia a favore di una carriera docente. Prende atto della conclusione della "parabola manageriale" dei dirigenti, di cui si chiede la trasformazione in "leader per l'apprendimento". Sostiene che è necessario "imporre traguardi all'Amministrazione", visto che è ancora essa "a reggere le sorti del sistema scolastico" e considera il federalismo una grande occasione rivoluzionaria, solo che venisse davvero realizzato. 

Il destino del sistema scolastico continua a fondarsi su una grande tradizione, che si tratta di salvare e rinverdire: quella liceale e quella dell'istruzione tecnica. Purché si adotti finalmente la parola d'ordine "teach less and learn more", si elimini lo sterile accanimento valutativo delle "interrogazioni" e si riconsideri, sull'esempio di altri Paesi, il sistema costoso delle bocciature e delle ripetenze. Poiché le riforme, almeno fino ad ora, hanno finito per apparire solo delle fastidiose "perturbazioni di passaggio", l'autore insiste appassionatamente sulla "vita della classe", che deve diventare il punto di riferimento di ogni possibile conoscenza reale e di ogni ipotesi di cambiamento radicale. 

Come si è capito, Mario Dutto appartiene a quel filone di pensiero che ritiene che ci sarà sempre da qualche parte una classe con degli alunni e con un insegnante e che, nonostante la disattenzione della politica e i vincoli burocratici crescenti dell'amministrazione, negli interstizi profondi e inesplorati del sistema educativo nazionale già oggi stiano fiorendo piccole best practices, che alludono ad un'altra scuola possibile. Citando due autori americani, David Tyack e Larry Cuban, "se i riformatori hanno avuto i loro piani per le scuole, chi lavora nelle scuole e le comunità locali hanno trovato il modo per 'trattare' le riforme". 

Questo il libro, la cui lettura le osservazioni che precedono non possono in nessun modo sostituire. Ai lettori il giudizio. 

Al recensore resta qualche domanda. La classe, con i suoi ragazzi e il suo insegnante, resta davvero la base inconcussa del modello educativo occidentale, se questo, come l'autore stesso riconosce, versa in una crisi profonda e irreversibile? La personalizzazione, che appare essere l'input più innovativo che viene anche dal contesto culturale internazionale – si veda il Rapporto The Personalising Education dell'Ocse-Ceri del 13 febbraio del 2006 – è realizzabile nell'ambito del compound classe-insegnante-curriculum-amministrazione del modello euro-atlantico classico? 



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